In evidenza

Young View: second Chance, second life!

Le opportunità arrivano raramente. Quando piove oro, mettete fuori il secchio, non il cucchiaio. (Warren Buffett)

Ciò in cui l’essere umano eccelle di più nel fare è sbagliare. Tutti nella nostra vita abbiamo commesso un passo falso, per poi rendercene conto troppo tardi, e sarebbe da ipocriti tentare di provare il contrario. Basta una parola di troppo per ferire una persona, un silenzio assordante per distruggerla. Ci si saluta con l’amaro in bocca e con mille cose da dire, ma nessuna sembra adatta a distruggere quel muro di forse, di se e di ma. E se per sbaglio un giorno gli sguardi si incrociano di nuovo, dai lati opposti della stessa stanza, non si può fare a meno di pensare a quando la distanza era sufficiente per due respiri. Sbagliare è inevitabile e le conseguenze si ripercuotono su entrambi. Eppure, nonostante spesso siano la fierezza e la rabbia a prevalere sul resto, ci sono delle situazioni in cui bisognerebbe lasciare da parte l’orgoglio. Dovremmo imparare a riflettere di più su ciò che proviamo, per distinguere tra cosa ha bisogno la nostra mente e cosa vuole, desidera il nostro cuore. L’unico problema è che troppo spesso, l’uno non coincide con l’altro. Bisogna trovare il coraggio di agire anche quando le parole non si trovano e le spiegazioni non bastano, quando si ha paura di esporsi a qualcosa di rischioso. Nonostante sia proprio il timore di mostrare quello che si pensa realmente che ci trattiene, che ci fa perdere le opportunità e che ci fa pentire di aver agito in un determinato modo. Se solo fossimo capaci di perdonarci come i bambini, che con un abbraccio sono in grado di scaldare il cuore del più crudele degli uomini. Diciamoci la verità, dare una seconda chance non è mai una decisione semplice da prendere. Bisogna considerare fin troppe cose prima di dare una sentenza finale, troppe frasi lasciate a metà e troppi pensieri mai espressi. È necessario guardare in faccia la realtà e saper distinguere ciò che fa bene al cuore e ciò che  fa male, anche se a volte è difficile accettarlo, capire quanto valga la pena di porgere l’altra guancia e ricominciare da zero. Spesso tendiamo a sacrificare la nostra felicità per quella degli altri, per l’affetto che proviamo o per l’abitudine, ed in certi casi è necessario mettere l’amor proprio davanti a quello degli altri. Sopravvive sempre quella parte di noi che ci dice di perdonare, di lasciarci alle spalle la delusione e di dare un’altra opportunità a chi ci ha feriti ed è cambiato e perché no, a  volte anche a noi stessi. Ad esempio, quanto spesso ci siamo guardati allo specchio ed abbiamo pensato di voler essere qualcun altro, anche solo per ventiquattro ore? Quanti giorni ci siamo odiati per il nostro carattere, per il nostro modo di fare e di essere? Ecco, anche noi meritiamo di darci una seconda chance, per tutte le volte in cui non abbiamo creduto abbastanza in quello che facciamo e non ci siamo sentiti all’altezza. Diamoci una seconda possibilità perché tutti ci meritiamo di sorridere, di guardare dentro di noi ed essere contenti di chi siamo diventati: non è mai troppo tardi per provarci. Prendiamo come esempio i vecchi edifici abbandonati, pezzi di storia lasciati alla loro rovina dopo decenni di gloria: anche se sono deteriorati dal tempo e rovinati dalla natura, è pur sempre possibile farli tornare allo splendore di un tempo. Nonostante sembri impossibile all’apparenza, c’è sempre tempo per rimediare ad uno sbaglio e per ricominciare da capo, partendo dalle fondamenta e dalle vecchie mura del nostro cuore. A volte, prima di dare una seconda chance agli altri, dovremmo cercare di ricominciare da noi stessi. 

Aurora N.

In evidenza

Scozia, una terra da scoprire.

Ricordo ogni pietra, ogni albero, il profumo di erica… Anche quando il tuono ruggì in lontananza, e le raffiche di vento spazzarono la valle, oh, fu bello, casa dolce casa. (B. Potter)

Poche cose sono tanto affascinanti come le strade di Glasgow, una città la cui storia è vissuta direttamente nei vecchi edifici che si stagliano sopra i turisti. Edimburgo è semplicemente capace di togliere il fiato, in special modo se osservata dall’alto della parte antica che governa l’intero paesaggio: la vita moderna dei cittadini si alterna a meravigliosi palazzi dei secoli precedenti ed al verde che si estende a macchia d’olio fino all’orizzonte.

La natura protegge le città tra le sue colline, mentre la luce tiepida dei raggi del sole si riflette sulla superficie calma dei Lochs (parola del dialetto scozzese per indicare i Laghi) e tra le onde irrequiete al largo della costa. Essa ricopre l’intera Scozia tanto da nasconderne i piccoli centri tra i dolci rilievi, rendendo la loro scoperta una vera e propria caccia al tesoro.

Per questi motivi è considerata una meta molto interessante, forse leggermente sottovalutata ma che vale le ore passate in aereo e i lunghi viaggi in pullman da un luogo all’altro. Per conoscerla a fondo bisogna saperla esplorare con pazienza, prestare attenzione ai particolari e soprattutto avere la rara capacità di osservare. Osservare è ben diverso dal guardare, azione statica che si sofferma alla superficie e che si interrompe con un battito di ciglia, ed è fondamentale sviluppare questa abilità se si vuole avere un ricordo indimenticabile di ogni posto visitato. Dopotutto non sono proprio i dettagli a fare l’insieme? Un esempio perfetto sono le zone verdi, che da lontano non sembrano altro che macchie indistinte di colore.

In realtà, anche solo aguzzando la vista, è possibile scorgere radure e boschi che sembrano essere senza tempo, intoccabili. Alcune volte le fronde altissime tentano di celare all’occhio umano i tipici laghi scozzesi, oppure si affacciano su un corso d’acqua come per dare uno sguardo al proprio riflesso.

Un po’ come la natura, anche i capolavori costruiti secoli fa sembrano quasi giocare a nascondino, nonostante scovarli sia una piacevole sorpresa. È infatti impressionante la cura e l’attenzione con la quale gli antichi castelli vengono avidamente conservati, quasi come andare alla scoperta del passato di chi li abitava quotidianamente. Un esempio è il Culzean Castle, costruzione risalente al 16esimo secolo e rinnovata nel 18esimo dall’architetto Robert Adam, fu avidamente posseduta dalla Famiglia Kennedy fino alla prima metà del Novecento, quando fu donata al National Trust (anche se, secondo le leggende, si dice che il castello sia ancora abitato da ben sette fantasmi!).

Come dimenticare il Castello di Edimburgo che, nonostante sia il più visitato della Scozia, nasconde un passato di battaglie tra le possenti mura e la vista mozzafiato sulla città moderna. Città che, ancora una volta, vale la pena di esplorare a fondo per conoscerne la storia. Dopotutto non si può dire di essere stati in un qualsiasi posto senza averlo prima osservato, compreso, sfogliato nelle pagine di un libro o ascoltato nel dialetto dei passanti e nelle canzoni della tradizione, ed ancora assaggiato nei cibi tipici che da secoli danno un volto al luogo in cui ci si trova: che si tratti di Glasgow, di Edimburgo o di qualsiasi altra parte nel mondo, arrivare per scattare qualche foto e comprare dei souvenirs non darà mai la stessa soddisfazione di sentirlo nominare e di avere la consapevolezza di non averlo solamente osservato, ma di averlo vissuto e di averlo fatto un po’ proprio, come se fosse un ricordo indelebile.

Aurora N.

In evidenza

La vita è un viaggio

Questo è l’articolo con cui abbiamo scoperto questa piccola Jo March dei tempi d’oggi, la nostra giovane Young Viewer, a cui abbiamo deciso di dedicare un po di spazio su questo blog… Anche la scrittura è una forma d’arte, quindi è il posto giusto! Buona lettura…

Quando pensiamo alla parola viaggio, la nostra mente si riferisce istintivamente ad un tragitto che possieda un punto di inizio e una fine, una distanza percorribile e una meta tanto ambita, quella che ci fa sussultare ogni volta che la vediamo scritta in un libro o in una rivista. Da piccoli era il primo posto da visitare nelle “cose da fare da grande” e da quel momento è rimasto il sogno che ci portiamo appresso da sempre. Quanto vorremmo respirare quell’aria nuova, mentre rimaniamo incantati dalla magia delle metropoli o dal fascino senza tempo dei borghi medievali.

Alcuni non vedono l’ora di prendere un aereo e partire per una destinazione lontana da tutto e da tutti, dove i problemi quotidiani vengono portati via dalla brezza marina e dalle acque limpide delle isole senza tempo. Altri invece sognano la grande città, mutevole e dinamica nel suo connubio di culture e tradizioni differenti, per scoprire ogni volta un nuovo pezzo di mondo girando l’angolo. Sin da piccola sono stata una grande osservatrice e queste persone sono sicuramente le mie preferite perché, in fondo, ne faccio parte. Amano vivere il caos delle ore di punta, quando tutti corrono verso la propria meta, mentre loro si trovano già dove hanno sempre desiderato essere. Le riconosco subito dal loro sguardo sognatore e speranzoso ma anche timoroso, che possiede solo chi si trova in un posto ancora inesplorato. In fondo ognuno di noi ha vissuto una realtà inizialmente sconosciuta, come la scuola nei primi giorni, il quartiere quando ci si è appena trasferiti o le strade straniere nel primo viaggio all’estero.

Si è immersi in una realtà completamente nuova, ma ci si sente davvero come pesci fuor d’acqua. Con il tempo lo stupore delle vie affollate e colme di gente va affievolendosi e anche il più entusiasta dei turisti diventa parte della folla. Ed è proprio lì che si capisce che, se non teniamo il passo, non saremo noi ad ammazzare il tempo, ma il tempo stesso ad ammazzarci. Eppure arriva un momento in cui sentiamo il bisogno di partire, quell’istinto primordiale che ha scosso i nostri antenati e che è arrivato fino a noi, fino ad oggi. Non vi è mai capitato di trovarvi in riva al mare e di osservare la sottile linea che separa l’oceano e l’atmosfera? In quel momento il cielo sembra sporgere le sue possenti braccia verso le acque, in un misterioso abbraccio. L’aria si confonde sulla superficie miracolosamente calma che riflette la miriade di sfumature dipinte dal sole, nascosto dietro alle nuvole e prossimo alla sua uscita di scena. Tutto sembra trovarsi al proprio posto, in perfetto orario sulla tabella di marcia.

Tutto combacia, ma mentre ammiriamo la perfezione disegnata dalla natura sentiamo di aver bisogno di qualcosa di più. A volte non basta sapere che molti chilometri più avanti ci si imbatterà sicuramente in qualche terra: abbiamo bisogno di scoprire cosa ci aspetta ai margini dell’orizzonte, di vederlo con i nostri occhi e di viverlo nei nostri battiti. È la stessa vocazione che ha spinto Colombo verso le Americhe, lo stesso slancio che ha portato Marco Polo in Asia e Neil Armstrong sulla Luna. Arriva all’improvviso, in una notte senza stelle o in una mattina sconfitta dalla monotonia dell’abitudine e ci guida verso un orizzonte del quale spesso nemmeno noi siamo a conoscenza. È solo un germoglio, un seme appena piantato, ma che con il tempo sentiamo crescerci dentro sempre più grande, ogni giorno che passa. Non importa quanto cerchiamo di rinchiuderlo nel cassetto dei sogni mai realizzati, ha l’urgenza che possiedono solo le cose grandi della vita. È uno stimolo capace di farci prendere treni e perdere aerei, di stravolgerci i piani e gli orari, di catapultarci nel sogno di sempre.

Quindi ci troviamo ad osservare il paesaggio abituale che svanisce dal finestrino, che ritrae vette innevate, pianure desolate o cittadelle dimenticate e iniziamo a sentirci artefici del nostro futuro. Avremo il controllo sui nostri passi, assaporeremo la libertà che ci sarà concessa non appena varcheremo la soglia che separa l’oggi dal domani. Il giorno che verrà non fa altro che attenderci, noi e lo stimolo che ci ha spinti a partire, mentre custodisce paziente il segreto del nostro destino. Infatti, anche se crediamo di non saperlo, c’è un motivo ben preciso dietro alla nostra voglia di viaggiare. Forse è proprio perché l’uomo ha sempre migrato verso una vita migliore, un posto più adatto ad un’esistenza pacifica e capace di soddisfare i bisogni primordiali. Lo dicono le statistiche, i libri di scuola, ma anche le rughe sul viso di chi parte senza certezze, che attraversa deserti e oceani, mentre il terrore di essere inghiottiti dalla stessa terra che li ha generati persiste, minacciosa nei loro cuori.

Alcuni lo fanno per disperazione, altri invece per fama e prosperità, lavoro: per questi l’aspirazione ad un’esistenza significativa, ad una vita degna della sua importanza li guida attraverso ogni porto, ogni strada e ogni vicolo. Vogliono il podio e scalerebbero qualsiasi vetta pur di conquistarne il primo posto. Nei loro sogni echeggiano applausi scroscianti di interminabili platee, grida entusiaste e incitamenti impossibili da decifrare tra i posti stretti delle tribune. Piovono già nominations e medaglie dal loro cielo senza nuvole, tipico degli inguaribili ottimisti. Al contrario c’è anche chi non spera più da anni e che sta invece scappando, fuggendo da una realtà ormai fin troppo rovinata. Sono gli uomini dallo sguardo perso e le donne dagli occhi spenti, bambini adulti cresciuti un po’ troppo presto, un po’ troppo all’improvviso, costretti a vivere una realtà ben lontana dalle favole della buonanotte. Stanno cercando di ricordare quando hanno perso la loro destinazione e da quanto tempo non vagano più alla ricerca di una realtà meno deludente di quella che avevano smarrito.

Neanche l’orologio si beve la menzogna delle false promesse che, anni prima, alimentava il fuoco della loro speranza. Chissà se c’è qualcuno, là fuori, che si chiede in quale brutta strada si siano imbattuti, ma ormai sono stanchi di rincorrere un desiderio irrealizzabile. Eppure c’è ancora chi corre verso la propria meta, nonostante non sappiano perfettamente dire cosa li aspetti alla fine del viaggio. Si lanciano nel mistero, vogliono scoprire l’incognita nell’equazione della loro vita. Spesso partono per l’amore, l’ingrediente fondamentale per la ricetta esistenziale, la dolcezza dei nostri giorni. È l’amore per un’ideale, per una passione, per una persona. Quanti chilometri sarebbero disposti a percorrere, tra gelo e calore infernali, per un solo minuto insieme alla propria metà, al senso dell’attesa? Quanti passi dovranno sopportare le loro scarpe, prima che trovino la strada che accolga il loro talento innato, la voglia di esprimere la loro idea senza sgambetti o divieti d’accesso? L’amore cammina a braccetto con il dolore, la fatica e il sacrificio, i quali intrecciando il loro sentiero rendono completo il percorso di ogni viaggiatore.

Infatti a volte dobbiamo rivalutare la strada sulla quale ci troviamo, dubitare di ogni passo fatto in una direzione prima di capire se la rotta che stiamo seguendo sia davvero quella giusta. Bisogna avere il coraggio di guardarsi dentro e di non ignorare la nostra bussola interiore, il cui ago punta sempre verso il vero sentiero a noi destinato. È in quel momento che capiamo se valga la pena di continuare a correre verso chissà quale meta, e se pur di arrivarci saremmo disposti a superare gli ostacoli che ci vengono posti di fronte: se siamo sulla strada giusta, avremo la forza di rialzarci e di continuare. E sarà inutile ripercorrere i nostri passi per la destinazione verso la quale eravamo diretti, che sia stata una situazione, un’idea sbagliata o una persona che ha deciso di uscire dalla nostra vita: se alla fine di un viaggio saremo destinati a incontrare di nuovo qualcuno che è partito per la direzione opposta alla nostra, succederà. Perché in fondo siamo tutti viaggiatori fino al nostro ultimo respiro (e, chissà, forse lo saremo anche oltre); il viaggio più grande che mai affronteremo è la vita stessa, di cui non conosciamo ancora la destinazione.

Basta pensare all’origine dell’universo, gli atomi che un giorno avrebbero costituito la nostra materia a scontrarsi e a dirottarsi in diverse direzioni, fino alla nascita della vita stessa: una competizione primordiale, questione di vita o di morte, il cui premio è poter prendere parte all’umanità. Si inizia ad esistere e ogni giorno miliardi di pensieri iniziano la loro irrefrenabile corsa nel nostro cervello, impulsi e stimoli raggiungono rapidamente le cellule del nostro corpo e si trasformano in azioni vere e proprie. Cresciamo e ci addentriamo in nuove passioni, che siano lo sport, la musica, la lettura. Molti amano perdersi tra spartiti e note musicali, altri si immergono completamente nelle storie di chi fu, chi è e chi sarà: passeggiano a fianco a Dante nella Selva Oscura e si perdono tra i gironi infernali, navigano verso terre sconosciute con Gulliver e Swift, dicono addio ai monti insieme a Lucia e Alessandro Manzoni, precipitano nel mondo paradossale di Alice e le Meraviglie di Lewis Carrol, esplorano le profondità della Terra grazie a Jules Verne, affiancano il Piccolo Principe e Antoine de Saint-Exupéry alla scoperta degli abitanti degli asteroidi e tornano in patria insieme ad Ulisse e Omero.

Non sono anch’essi viaggi, i cui compagni di avventure sono protagonisti e autori? Inoltre, con l’avvento di Internet e la diffusione della tecnologia a livello pressoché globale, abbiamo ancor più possibilità di esplorare infinità di universi a portata di clic, aprendo milioni di strade e opportunità davanti ai nostri schermi. Quindi ci facciamo strada nella rete, così geniale e intuitiva, anche restando fermi di fronte ad un pc. Poi cresciamo e impariamo a conoscere i nostri compagni di viaggio, testimoni del nostro cammino. C’è chi è solo di passaggio, che ne sia consapevole o meno, una comparsa dalle buone o cattive intenzioni che è destinata ad uscire di scena. Non importa quanto vorremmo seguirle nella loro folle spedizione o quanto disperatamente le rincorreremo, perché non è al loro traguardo che siamo destinati ad arrivare. C’è chi arriva esclusivamente per intralciare la nostra strada e vederci cadere rovinosamente, chi vede il proprio successo nel fallimento altrui perché sopraffatto dall’insicurezza, dalla paura di intraprendere un cammino.

Infine, ci sono le persone che restano. Imprescindibilmente dal passato che ci portiamo alle spalle, dagli errori e dalle decisioni sbagliate, rimangono la costante dei nostri giorni. Non importa se si trovano dalla parte opposta del mondo, se non sentiamo la loro voce da mesi o se addirittura non parlano la nostra stessa lingua: il nostro percorso sarà sempre impercettibilmente legato al loro. E se un giorno dovessimo dimenticarci il motivo per cui siamo partiti, ci prenderebbero per mano e ci condurrebbero alle porte del nostro destino. E quindi eccoci per la prima volta di fronte al mondo insieme a miliardi di persone con diverse culture, etnie, religioni e usanze, pur accomunati dallo stesso filo fatto di voglia di conoscere. Adesso possiamo raggiungere l’oceano di possibilità che ci hanno attesi per secoli e finalmente decidere: se rimanere ad osservarle, lasciarci trasportare dalla corrente oppure cavalcarne le onde. La vita è la maratona più grandiosa alla quale siamo stati chiamati a partecipare, spetta a noi decidere se farne una clamorosa vittoria oppure un’imperdonabile sconfitta.

È il libro della nostra anima e ciascuno degli abitanti di questo pianeta ha il diritto di sentirsi protagonista di esso. Quindi che cosa non ci permette di partire per quell’avventura, di cimentarci in un hobby oppure di stravolgerci la vita, quel dono straordinario ricevuto senza preavviso? Forse abbiamo proprio paura di inciampare, di cadere rovinosamente, di uscire dalla tranquillità della nostra bolla sicura e di essere inghiottiti dalle mille responsabilità che questo spaventoso viaggio richiede. il terrore di perderci nel labirinto dell’esistenza è più forte della curiosità di scoprirne i meandri, e ci manca il coraggio di affrontare ciò che più ci spaventa. E non abbiamo tutti i torti, là fuori è pieno di imponenti alture dalle vette taglienti, terribili foreste infestate da creature letali e fredde città abitate da persone con l’inferno nel cuore. Ma se continueremo a guardare i monti dalla finestra e sbattere la porta davanti al resto del mondo per guardarlo solo attraverso le tragedie del telegiornale, saremo stati spettatori passivi dello spettacolo più grande mai inscenato. Noi siamo fatti per viaggiare e conoscere, esplorare, di conseguenza per vivere. In ognuno di noi si nasconde un potenzialeinimmaginabile, ma solo se avremo il coraggio di fare i primi passi verso ciò a cui siamo destinati potremo scalare qualsiasi vetta, affrontare qualsiasi problema, diventare chi vogliamo essere davvero. Io sono ancora giovane e il destino busserà alla mia porta tra qualche anno, ma ho passato parte della mia vita in aeroporti e in lunghissime code in autostrade sparsi per il mondo sin da quando ne ho memoria. Non c’è stato viaggio in cui non ci sia stato qualche intoppo, che si trattasse di un ritardo di qualche ora o di un guasto alla macchina nel bel mezzo del deserto. Mi sono trovata tra tempeste di neve e di sabbia, ho dormito in stanze d’hotel degne di una scena del crimine e mi sono persa in una città sconosciuta. Ho perso treni, autobus, aerei. Per far valere la mia opinione mi sono dovuta scontrare con parecchie persone, a volte in lingue diverse. Sono partita per un viaggio studio senza conoscere nessuno, diretta a 5000 chilometri da casa, sentendomi smarrita ma soprattutto sola e giurando che mai più nella mia vita avrei intrapreso un viaggio del genere. Eppure, ripensando a tutte le cose che sono andate storte e che mi hanno rovinato i programmi, non tornerei indietro e non cambierei il passato nemmeno di una virgola. È stato grazie alle interminabili ore passate nel traffico che ho scoperto la scrittura, quasi come un passatempo per sopportare il freddo invernale o i tormentoni estivi. Se non avessi deciso di continuare l’esperienza dei viaggi studio all’estero, non avrei esplorato luoghi e conosciuto persone che, malgrado le avversità, hanno lasciato un indelebile segno nel mio cuore. Agli intoppi attribuisco sempre un merito, perché in fondo è anche grazie ad essi se oggi sono la persona che sono. Nonostante siano i primi di una lunga serie, nonostante troverò problemi ben più grandi da affrontare, nonostante alcuni abbiano lasciato delle cicatrici. Perché con ogni errore che ho commesso, ogni ostacolo sul quale sono inciampata, posso dire con fierezza di aver messo tutta me stessa, tutta la mia convinzione e la mia determinazione nell’arrivare al traguardo. E se un giorno vivere non significherà più buttarsi rischiando di cadere, allora sarò sulla strada sbagliata. L’unica direzione verso la quale ci stiamo tutti dirigendo è il futuro. Non esiste un metodo per fermare il tempo nella sua irrefrenabile corsa verso il domani, perciò possiamo scegliere se rimanere fermi, bloccati in un passato che non ci piace oppure partire proprio oggi per il traguardo che ci attende. Ci sono troppe città che non abbiamo ancora visitato, cieli in cui non abbiamo ancora volato e mondi che non abbiamo ancora esplorato. Non ci resta che allacciare le cinture e prepararci al decollo, senza temere le vertigini: dopotutto siamo nati con un paio di piedi per viaggiare, ma anche con un cuore per volare.

Aurora N.

In evidenza

Ad un passo dal cielo

Visitare New York è sempre stato uno dei miei più grandi sogni, dato che l’atmosfera dinamica, la mescolanza di moltissime culture e gli innumerevoli luoghi di interesse mi hanno attratta alla Grande Mela sin da piccola.

Fissavo impaziente il giorno della partenza sul calendario e finalmente, dopo anni di attesa, mi sono ritrovata a camminare per le strade della città, che da sempre speravo di poter conoscere. A primo impatto, non si può fare altro che rimanere sbigottiti dagli altissimi grattacieli che dominano l’intero paesaggio newyorkese, tanto imponenti da far sembrare l’uomo tutt’altro che il loro artefice. Sembra che i grandi edifici siano i veri padroni della città, dalla solidità dei materiali all’eleganza delle grandi finestre, capaci di riflettere la luce in una bellezza disarmante.

Senza accorgersene, ci si ritrova a rivolgere lo sguardo verso l’alto, rimanendo con il naso all’insù fino a quando lo stupore lascia il posto alla curiosità: come ci si sente a guardare la città più movimentata del mondo da un altro punto di vista? Ma soprattutto, perché si è sentito il bisogno di estendersi verso il cielo? Salendo su uno di questi grattacieli, la visione è completamente ribaltata e la risposta alle domande che prima ci si è posti sembra essere più chiara. Sembra di essere in un luogo nuovo, dove la vista si estende più lontana di prima e la vastità della Grande Mela è più evidente che mai. Ci si sente piccoli ma allo stesso tempo liberi, come degli acrobati in bilico tra le strade trafficate e le nuvole. Forse è questo il motivo che ha spinto gli architetti verso il cielo, oltre per questioni di spazio… Per avere il tramonto a portata di mano e le stelle a due passi dal soffitto!

È per questo che non mi sorprende che New York sia la città degli ambiziosi, dei sogni e delle grandi opportunità: chi ha il coraggio di viverla a pieno punta sempre verso i propri obiettivi, cercando di arrivare ogni giorno sempre più in alto.

Aurora N.

In evidenza

Viaggio nei colori

Sull’orologio sono le cinque di mattina, è domenica. Mi ritrovo proprio qui, tra quattro mura, in un’atmosfera che sembra galleggiare tra il sogno e la realtà. L’intera stanza è invasa dal profumo di legno antico che per tanti anni è stato il mio buongiorno prima di un tuffo in mare, tradendo ancora un sentore di salsedine intrappolato tra le tende che incorniciano la finestra. Tutto questo significa che per me l’estate è appena cominciata: è l’inizio dei ghiaccioli a bordo piscina, delle serate in città con le amiche, delle notti senza sonno e delle mattine pigre dove il pensiero dei compiti è ancora lontano.

Tutto comincia da queste quattro possenti mura. Eppure, la vera protagonista è la luce, i cui raggi filtrano da ogni possibile spazio fino a raggiungere la mia pelle appena abbronzata, mentre i mille colori dell’alba si proiettano come in uno spettacolo sulla parete. Il giallo tenue viene sovrastato da una forte tonalità di arancione, quasi rosso. Rosso come il corallo dei fondali vicini, che vanno addolcendosi verso l’esterno in un rosa sfumato.

Ma non mi basta! Voglio godermi lo spettacolo pienamente, quindi mi precipito giù per le scale come per rincorrere anche l’ultimo raggio restante. Nella cucina, ormai consumata da anni di pranzi in famiglia, il pavimento scricchiola ad ogni mio movimento, la porta non può evitare di cigolare appena ne varco la soglia per uscire. Percorso il piccolo sentiero costeggiato da alberi che conduce alla spiaggia, inizio a sentire la sabbia sottile sollevarsi ad ogni mio passo, mentre la brezza leggera si fa strada tra le vecchie case e i nuovi alberghi sulla costa.

Ed ecco un’esplosione di colori, dal rosso intenso all’arancio deciso, fino ad un rosa tenue che svanisce nella mattina ancor prematura, capace di creare elettricità con la sua luce, soffusa ma al tempo stesso potente. La luce si diffonde ovunque e rende tutto un po’ magico. Il cellulare non è capace di imitare quella bellezza in nessuno scatto. I fiori e gli alberi sembrano imitare l’alba in tutte le sfumature, dalle più vivaci fino a quelle più delicate. Quasi non si distingue il punto in cui il cielo si interrompe per specchiarsi sulle acque calme del mare. L’estate è appena iniziata ma a quest’ora è molto tranquillo, quindi mi godo lo spettacolo più bello che la natura possa offrirmi senza essere disturbata dai soliti pensieri che mi affollano la mente. Mi piace pensare che a partire da questo preciso momento della giornata tutto sia possibile, che la scelta di trasformarla in qualcosa di bello dipenda dal modo in cui decidiamo di affrontare le situazioni: le vetrate decorate delle cattedrali sono nate dalla sabbia fine delle spiagge come questa, proprio come spettacoli come l’alba e il tramonto esistono grazie ad un gioco di luci. Abbiamo a disposizione un’estate e un oceano di possibilità, sta a noi decidere come costruire il nostro capolavoro.

Aurora N.

Vi lasciamo con un quesito… Di che regione si parla? Alla prossima avventura della nostra Young Viewer!