La vita è un viaggio

Questo è l’articolo con cui abbiamo scoperto questa piccola Jo March dei tempi d’oggi, la nostra giovane Young Viewer, a cui abbiamo deciso di dedicare un po di spazio su questo blog… Anche la scrittura è una forma d’arte, quindi è il posto giusto! Buona lettura…

Quando pensiamo alla parola viaggio, la nostra mente si riferisce istintivamente ad un tragitto che possieda un punto di inizio e una fine, una distanza percorribile e una meta tanto ambita, quella che ci fa sussultare ogni volta che la vediamo scritta in un libro o in una rivista. Da piccoli era il primo posto da visitare nelle “cose da fare da grande” e da quel momento è rimasto il sogno che ci portiamo appresso da sempre. Quanto vorremmo respirare quell’aria nuova, mentre rimaniamo incantati dalla magia delle metropoli o dal fascino senza tempo dei borghi medievali.

Alcuni non vedono l’ora di prendere un aereo e partire per una destinazione lontana da tutto e da tutti, dove i problemi quotidiani vengono portati via dalla brezza marina e dalle acque limpide delle isole senza tempo. Altri invece sognano la grande città, mutevole e dinamica nel suo connubio di culture e tradizioni differenti, per scoprire ogni volta un nuovo pezzo di mondo girando l’angolo. Sin da piccola sono stata una grande osservatrice e queste persone sono sicuramente le mie preferite perché, in fondo, ne faccio parte. Amano vivere il caos delle ore di punta, quando tutti corrono verso la propria meta, mentre loro si trovano già dove hanno sempre desiderato essere. Le riconosco subito dal loro sguardo sognatore e speranzoso ma anche timoroso, che possiede solo chi si trova in un posto ancora inesplorato. In fondo ognuno di noi ha vissuto una realtà inizialmente sconosciuta, come la scuola nei primi giorni, il quartiere quando ci si è appena trasferiti o le strade straniere nel primo viaggio all’estero.

Si è immersi in una realtà completamente nuova, ma ci si sente davvero come pesci fuor d’acqua. Con il tempo lo stupore delle vie affollate e colme di gente va affievolendosi e anche il più entusiasta dei turisti diventa parte della folla. Ed è proprio lì che si capisce che, se non teniamo il passo, non saremo noi ad ammazzare il tempo, ma il tempo stesso ad ammazzarci. Eppure arriva un momento in cui sentiamo il bisogno di partire, quell’istinto primordiale che ha scosso i nostri antenati e che è arrivato fino a noi, fino ad oggi. Non vi è mai capitato di trovarvi in riva al mare e di osservare la sottile linea che separa l’oceano e l’atmosfera? In quel momento il cielo sembra sporgere le sue possenti braccia verso le acque, in un misterioso abbraccio. L’aria si confonde sulla superficie miracolosamente calma che riflette la miriade di sfumature dipinte dal sole, nascosto dietro alle nuvole e prossimo alla sua uscita di scena. Tutto sembra trovarsi al proprio posto, in perfetto orario sulla tabella di marcia.

Tutto combacia, ma mentre ammiriamo la perfezione disegnata dalla natura sentiamo di aver bisogno di qualcosa di più. A volte non basta sapere che molti chilometri più avanti ci si imbatterà sicuramente in qualche terra: abbiamo bisogno di scoprire cosa ci aspetta ai margini dell’orizzonte, di vederlo con i nostri occhi e di viverlo nei nostri battiti. È la stessa vocazione che ha spinto Colombo verso le Americhe, lo stesso slancio che ha portato Marco Polo in Asia e Neil Armstrong sulla Luna. Arriva all’improvviso, in una notte senza stelle o in una mattina sconfitta dalla monotonia dell’abitudine e ci guida verso un orizzonte del quale spesso nemmeno noi siamo a conoscenza. È solo un germoglio, un seme appena piantato, ma che con il tempo sentiamo crescerci dentro sempre più grande, ogni giorno che passa. Non importa quanto cerchiamo di rinchiuderlo nel cassetto dei sogni mai realizzati, ha l’urgenza che possiedono solo le cose grandi della vita. È uno stimolo capace di farci prendere treni e perdere aerei, di stravolgerci i piani e gli orari, di catapultarci nel sogno di sempre.

Quindi ci troviamo ad osservare il paesaggio abituale che svanisce dal finestrino, che ritrae vette innevate, pianure desolate o cittadelle dimenticate e iniziamo a sentirci artefici del nostro futuro. Avremo il controllo sui nostri passi, assaporeremo la libertà che ci sarà concessa non appena varcheremo la soglia che separa l’oggi dal domani. Il giorno che verrà non fa altro che attenderci, noi e lo stimolo che ci ha spinti a partire, mentre custodisce paziente il segreto del nostro destino. Infatti, anche se crediamo di non saperlo, c’è un motivo ben preciso dietro alla nostra voglia di viaggiare. Forse è proprio perché l’uomo ha sempre migrato verso una vita migliore, un posto più adatto ad un’esistenza pacifica e capace di soddisfare i bisogni primordiali. Lo dicono le statistiche, i libri di scuola, ma anche le rughe sul viso di chi parte senza certezze, che attraversa deserti e oceani, mentre il terrore di essere inghiottiti dalla stessa terra che li ha generati persiste, minacciosa nei loro cuori.

Alcuni lo fanno per disperazione, altri invece per fama e prosperità, lavoro: per questi l’aspirazione ad un’esistenza significativa, ad una vita degna della sua importanza li guida attraverso ogni porto, ogni strada e ogni vicolo. Vogliono il podio e scalerebbero qualsiasi vetta pur di conquistarne il primo posto. Nei loro sogni echeggiano applausi scroscianti di interminabili platee, grida entusiaste e incitamenti impossibili da decifrare tra i posti stretti delle tribune. Piovono già nominations e medaglie dal loro cielo senza nuvole, tipico degli inguaribili ottimisti. Al contrario c’è anche chi non spera più da anni e che sta invece scappando, fuggendo da una realtà ormai fin troppo rovinata. Sono gli uomini dallo sguardo perso e le donne dagli occhi spenti, bambini adulti cresciuti un po’ troppo presto, un po’ troppo all’improvviso, costretti a vivere una realtà ben lontana dalle favole della buonanotte. Stanno cercando di ricordare quando hanno perso la loro destinazione e da quanto tempo non vagano più alla ricerca di una realtà meno deludente di quella che avevano smarrito.

Neanche l’orologio si beve la menzogna delle false promesse che, anni prima, alimentava il fuoco della loro speranza. Chissà se c’è qualcuno, là fuori, che si chiede in quale brutta strada si siano imbattuti, ma ormai sono stanchi di rincorrere un desiderio irrealizzabile. Eppure c’è ancora chi corre verso la propria meta, nonostante non sappiano perfettamente dire cosa li aspetti alla fine del viaggio. Si lanciano nel mistero, vogliono scoprire l’incognita nell’equazione della loro vita. Spesso partono per l’amore, l’ingrediente fondamentale per la ricetta esistenziale, la dolcezza dei nostri giorni. È l’amore per un’ideale, per una passione, per una persona. Quanti chilometri sarebbero disposti a percorrere, tra gelo e calore infernali, per un solo minuto insieme alla propria metà, al senso dell’attesa? Quanti passi dovranno sopportare le loro scarpe, prima che trovino la strada che accolga il loro talento innato, la voglia di esprimere la loro idea senza sgambetti o divieti d’accesso? L’amore cammina a braccetto con il dolore, la fatica e il sacrificio, i quali intrecciando il loro sentiero rendono completo il percorso di ogni viaggiatore.

Infatti a volte dobbiamo rivalutare la strada sulla quale ci troviamo, dubitare di ogni passo fatto in una direzione prima di capire se la rotta che stiamo seguendo sia davvero quella giusta. Bisogna avere il coraggio di guardarsi dentro e di non ignorare la nostra bussola interiore, il cui ago punta sempre verso il vero sentiero a noi destinato. È in quel momento che capiamo se valga la pena di continuare a correre verso chissà quale meta, e se pur di arrivarci saremmo disposti a superare gli ostacoli che ci vengono posti di fronte: se siamo sulla strada giusta, avremo la forza di rialzarci e di continuare. E sarà inutile ripercorrere i nostri passi per la destinazione verso la quale eravamo diretti, che sia stata una situazione, un’idea sbagliata o una persona che ha deciso di uscire dalla nostra vita: se alla fine di un viaggio saremo destinati a incontrare di nuovo qualcuno che è partito per la direzione opposta alla nostra, succederà. Perché in fondo siamo tutti viaggiatori fino al nostro ultimo respiro (e, chissà, forse lo saremo anche oltre); il viaggio più grande che mai affronteremo è la vita stessa, di cui non conosciamo ancora la destinazione.

Basta pensare all’origine dell’universo, gli atomi che un giorno avrebbero costituito la nostra materia a scontrarsi e a dirottarsi in diverse direzioni, fino alla nascita della vita stessa: una competizione primordiale, questione di vita o di morte, il cui premio è poter prendere parte all’umanità. Si inizia ad esistere e ogni giorno miliardi di pensieri iniziano la loro irrefrenabile corsa nel nostro cervello, impulsi e stimoli raggiungono rapidamente le cellule del nostro corpo e si trasformano in azioni vere e proprie. Cresciamo e ci addentriamo in nuove passioni, che siano lo sport, la musica, la lettura. Molti amano perdersi tra spartiti e note musicali, altri si immergono completamente nelle storie di chi fu, chi è e chi sarà: passeggiano a fianco a Dante nella Selva Oscura e si perdono tra i gironi infernali, navigano verso terre sconosciute con Gulliver e Swift, dicono addio ai monti insieme a Lucia e Alessandro Manzoni, precipitano nel mondo paradossale di Alice e le Meraviglie di Lewis Carrol, esplorano le profondità della Terra grazie a Jules Verne, affiancano il Piccolo Principe e Antoine de Saint-Exupéry alla scoperta degli abitanti degli asteroidi e tornano in patria insieme ad Ulisse e Omero.

Non sono anch’essi viaggi, i cui compagni di avventure sono protagonisti e autori? Inoltre, con l’avvento di Internet e la diffusione della tecnologia a livello pressoché globale, abbiamo ancor più possibilità di esplorare infinità di universi a portata di clic, aprendo milioni di strade e opportunità davanti ai nostri schermi. Quindi ci facciamo strada nella rete, così geniale e intuitiva, anche restando fermi di fronte ad un pc. Poi cresciamo e impariamo a conoscere i nostri compagni di viaggio, testimoni del nostro cammino. C’è chi è solo di passaggio, che ne sia consapevole o meno, una comparsa dalle buone o cattive intenzioni che è destinata ad uscire di scena. Non importa quanto vorremmo seguirle nella loro folle spedizione o quanto disperatamente le rincorreremo, perché non è al loro traguardo che siamo destinati ad arrivare. C’è chi arriva esclusivamente per intralciare la nostra strada e vederci cadere rovinosamente, chi vede il proprio successo nel fallimento altrui perché sopraffatto dall’insicurezza, dalla paura di intraprendere un cammino.

Infine, ci sono le persone che restano. Imprescindibilmente dal passato che ci portiamo alle spalle, dagli errori e dalle decisioni sbagliate, rimangono la costante dei nostri giorni. Non importa se si trovano dalla parte opposta del mondo, se non sentiamo la loro voce da mesi o se addirittura non parlano la nostra stessa lingua: il nostro percorso sarà sempre impercettibilmente legato al loro. E se un giorno dovessimo dimenticarci il motivo per cui siamo partiti, ci prenderebbero per mano e ci condurrebbero alle porte del nostro destino. E quindi eccoci per la prima volta di fronte al mondo insieme a miliardi di persone con diverse culture, etnie, religioni e usanze, pur accomunati dallo stesso filo fatto di voglia di conoscere. Adesso possiamo raggiungere l’oceano di possibilità che ci hanno attesi per secoli e finalmente decidere: se rimanere ad osservarle, lasciarci trasportare dalla corrente oppure cavalcarne le onde. La vita è la maratona più grandiosa alla quale siamo stati chiamati a partecipare, spetta a noi decidere se farne una clamorosa vittoria oppure un’imperdonabile sconfitta.

È il libro della nostra anima e ciascuno degli abitanti di questo pianeta ha il diritto di sentirsi protagonista di esso. Quindi che cosa non ci permette di partire per quell’avventura, di cimentarci in un hobby oppure di stravolgerci la vita, quel dono straordinario ricevuto senza preavviso? Forse abbiamo proprio paura di inciampare, di cadere rovinosamente, di uscire dalla tranquillità della nostra bolla sicura e di essere inghiottiti dalle mille responsabilità che questo spaventoso viaggio richiede. il terrore di perderci nel labirinto dell’esistenza è più forte della curiosità di scoprirne i meandri, e ci manca il coraggio di affrontare ciò che più ci spaventa. E non abbiamo tutti i torti, là fuori è pieno di imponenti alture dalle vette taglienti, terribili foreste infestate da creature letali e fredde città abitate da persone con l’inferno nel cuore. Ma se continueremo a guardare i monti dalla finestra e sbattere la porta davanti al resto del mondo per guardarlo solo attraverso le tragedie del telegiornale, saremo stati spettatori passivi dello spettacolo più grande mai inscenato. Noi siamo fatti per viaggiare e conoscere, esplorare, di conseguenza per vivere. In ognuno di noi si nasconde un potenzialeinimmaginabile, ma solo se avremo il coraggio di fare i primi passi verso ciò a cui siamo destinati potremo scalare qualsiasi vetta, affrontare qualsiasi problema, diventare chi vogliamo essere davvero. Io sono ancora giovane e il destino busserà alla mia porta tra qualche anno, ma ho passato parte della mia vita in aeroporti e in lunghissime code in autostrade sparsi per il mondo sin da quando ne ho memoria. Non c’è stato viaggio in cui non ci sia stato qualche intoppo, che si trattasse di un ritardo di qualche ora o di un guasto alla macchina nel bel mezzo del deserto. Mi sono trovata tra tempeste di neve e di sabbia, ho dormito in stanze d’hotel degne di una scena del crimine e mi sono persa in una città sconosciuta. Ho perso treni, autobus, aerei. Per far valere la mia opinione mi sono dovuta scontrare con parecchie persone, a volte in lingue diverse. Sono partita per un viaggio studio senza conoscere nessuno, diretta a 5000 chilometri da casa, sentendomi smarrita ma soprattutto sola e giurando che mai più nella mia vita avrei intrapreso un viaggio del genere. Eppure, ripensando a tutte le cose che sono andate storte e che mi hanno rovinato i programmi, non tornerei indietro e non cambierei il passato nemmeno di una virgola. È stato grazie alle interminabili ore passate nel traffico che ho scoperto la scrittura, quasi come un passatempo per sopportare il freddo invernale o i tormentoni estivi. Se non avessi deciso di continuare l’esperienza dei viaggi studio all’estero, non avrei esplorato luoghi e conosciuto persone che, malgrado le avversità, hanno lasciato un indelebile segno nel mio cuore. Agli intoppi attribuisco sempre un merito, perché in fondo è anche grazie ad essi se oggi sono la persona che sono. Nonostante siano i primi di una lunga serie, nonostante troverò problemi ben più grandi da affrontare, nonostante alcuni abbiano lasciato delle cicatrici. Perché con ogni errore che ho commesso, ogni ostacolo sul quale sono inciampata, posso dire con fierezza di aver messo tutta me stessa, tutta la mia convinzione e la mia determinazione nell’arrivare al traguardo. E se un giorno vivere non significherà più buttarsi rischiando di cadere, allora sarò sulla strada sbagliata. L’unica direzione verso la quale ci stiamo tutti dirigendo è il futuro. Non esiste un metodo per fermare il tempo nella sua irrefrenabile corsa verso il domani, perciò possiamo scegliere se rimanere fermi, bloccati in un passato che non ci piace oppure partire proprio oggi per il traguardo che ci attende. Ci sono troppe città che non abbiamo ancora visitato, cieli in cui non abbiamo ancora volato e mondi che non abbiamo ancora esplorato. Non ci resta che allacciare le cinture e prepararci al decollo, senza temere le vertigini: dopotutto siamo nati con un paio di piedi per viaggiare, ma anche con un cuore per volare.

Aurora N.

Second Chance, second life!

Un pompelmo è un limone che ha avuto un’opportunità, e ne ha approfittato (Oscar Wilde)

Capita a volte di pensare che nella vita si facciano scelte sbagliate e ci ritroviamo a dover aggiustare il tiro. Si crea così un ventaglio di nuove opportunità inaspettate che a volte danno nuove dimensioni alla nostra vita, creando nuovi punti di vista. Dalla possibilà di avere una nuova chance arriva una seconda vita, a volte con nuove connotazioni, con una nuova natura.

Anche gli oggetti spesso hanno questa possibiltà… Basti pensare ai mastri artigiani che danno nuova vita a mobili che sembrano ormai sul viale del tramonto, piuttosto che ditte che prendono vecchi oggetti e creano novità dando loro anche connotazioni diverse, una funzione diversa, una natura diversa ma altrettanto interessante. E anche noi stessi lo facciamo inconsciamente nei nostri gesti quotidiani; ad esempio, quando usiamo un giornale che dovremmo buttare per pulire i vetri, o per avvolgere le caldarroste, o per imballare qualcosa, o semplicemente per fare colorare i nostri figli…

In questi cambi di vita e cambi di opportunità mi voglio soffermare su un oggetto in particolare, che ci accompagna tutti i giorni. Questo oggetto è il PIATTO, sì proprio lui!

Probabilmente vi starete chiedendo come può un oggetto, che già vive di una vita propria ed ha una sua ben specifica funzione, ad avere possibilità di una seconda vita: semplice, basta non pensarlo come un semplice piatto per mangiare! Bisogna escludere la sua funzione… usare la fantasia e trovargli un’altra connotazione!

Ci sono artisti che hanno scelto quest’oggetto per farne un’opera d’arte, come Piero Fornasetti. Nella linea “tema e variazioni”, questo eclettico artista ha creato e dipinto e riproposto i piatti in tante di quelle versioni che non si contano nemmeno più le varianti che ha proposto (si superano le 400)! Ma nonostante ciò ogni versione é unica e originale e ironica al tempo stesso… Il fil rouge di tutte le sue creazioni era miss Lina Cavalieri, cantante lirica vissuta a cavallo degli inizi del ‘900, definita “la donna più bella del mondo” per l’epoca, oggi diremmo un’icona di bellezza. Dove troviamo la seconda vita in questi piatti? La second life di questi ora è quella di essere opere d’arte da ammirare ed esporre in ogni casa, in modo da essere guardati e apprezzati in modo diverso; diventano quadri, installazioni. Fornasetti disse:”L’artista deve mettere ordine nelle cose per creare un altro mondo, una seconda natura, oltre che come studio continuo delle cose, della loro essenza.”

Poi esistono piatti creati tra genio e follia… Seletti ne ha voluto fare una rivisitazione pazzesca, ma, mantenendone la funzione! Con il piatto si mangia, ma perché usarne solo uno; e se il servizio risulta spaiato? Eccone la libera interpretazione di Seletti…

E poi esistono i famosi “piatti della nonna” ma rivisitati, come li vede quella gran fantasista, ironica e visionaria di Federica di @Sabotage_900, che li ha completamente svecchiati rendendoli più rock, più moderni, più leggeri visivamente ma sempre con un tocco di ironia (che io trovo fantastici, specialmente in un contesto molto moderno, per alleggerirlo e renderlo un po più ironico!).

Poi ci sono quelli di impronta più nordica e caricaturista di Donna Wilson (@donnawilsonltd e @donnerstagsontag), che hanno una doppia funzione; lo scenario è completamente diverso, il mood che la contraddistingue è fatto da “un luogo in cui schemi e colori si scontrano e l’immaginazione è libera di scatenarsi”. Nominata “Designer dell’anno” dal British Design Award di Elle Decoration, è una donna che ha fatto della sua passione e del suo amore per la natura e per i colori, la sua professione.

E poi ancora ci sono realtà, come quella di Hiro, che li crea per altri, cioè fa l’artigiano del design per edizioni limitate; una realtà che si sta evolvendo, e crea oggetti unici in lotti limitati rigorosamente made in Italy. In questa realtà è nato Hills, dalla mente di Mikiya Kobayashi, che lo ha disegnato, e dal braccio di Hiro, che lo ha generato, se così si può dire.

Io, per ora, ho lavorato su una piccola parte di casa mia con questi oggetti… Sotto trovate il risultato, ma le possibilità sono infinite e sempre diverse e incredibili.

A volte non ci rendiamo conto che, anche se un oggetto nasce con una funzione, perché nella mente di chi lo ha generato ha trovato quella specifica necessità, la libera interpretazione, la fantasia e un pizzico di buongusto, a volte, creano vie ancora inesplorate nella natura delle cose.

E voi, qual’è l’oggetto di cui avete trovato una seconda natura? o magari lo avete per le mani proprio ora e non vi siete mai accorti… Alla prossima puntata con un nuovo oggetto!

Empire State of New York

“… lassù, tra le nuvole, il rullo di tamburi di New York si placa e ci si lascia alle spalle lo staccato nervoso della vita della città. Nelle superbe altezze dell’Empire State Building, la mente è libera.” (Fotogiornalismo dell’ESB)

Come si può iniziare a scrivere un articolo sull’Empire State Building senza avere l’immagine davanti agli occhi e come sottofondo la canzone “Empire State of Mind” di Jay-Z… Eccolo qui! In tutta la sua magnificenza, scovato tra le vie di New York…

L’Empire è considerato il simbolo per eccellenza di New York City nel periodo dell’età dorata di Manhattan, del cinema e dalla cultura americana.

L’origine del nome deriva dal nome originario del stato di New York, famoso per la sua ricchezza e le sue risorse fin dai tempi di G. Washington, che lo soprannominò The Empire State (lo Stato dell’Impero); sembra che il soprannome allo stato lo diede proprio Mr Washington.

L’inspirazione per la forma dell’edificio sembra sia stata una matita.

Empire State Building è un edificio in stile Art Déco del 1931 progettato dall’architetto W.F. Lamb Shreve per lo studio Lamb and Harmon del 1931 di 102 piani alto320 m all’osservatorio del 86° piano, 381 m a tetto e 443,20 m all’antenna/guglia.

Immagine del 1893 del Waldorf Astoria

Tra i sui record vanta quello di essere stato costruito in tempi strettissimi; progettato in 2 settimane e realizzato in 13 mesi e 15 giorni, cioè 410 giorni, è costato la bellezza di 41 milioni di dollari dell’epoca. L’edificio sorse sulle ceneri dell’Hotel Waldorf-Astoria, che venne ricostruito in altro sito. I lavori iniziano il 17/3/1930 e l’edificio viene inaugurato il 1/5/1931, per la prima volta da un presidente americano: H. Hoover… Ma la cosa più incredibile é che non lo fa in loco, ma bensì dalla Casa Bianca con un collegamento via radio!

Il committente di quest’opera era J.J. Raskob, proprietario dell General Motors, che decise di ingaggiare una gara in altezza del suo gioiellino con Mr Crysler, che aveva appena fatto costruire il Crysler Building a soli 300 m di distanza. Concorrenti nei motori e concorrenti anche nelle costruzioni… Ma la sfida fu vinta da Mr Raskob; infatti, l’edificio su il primo a superare i 100 piani (sono 102), e a diventare l’edificio più alto di New York dal 1931 al 1973 (quando nascono le Twin Towers) e poi ancora dal 11/09/2001 (quando crollano) al 2011. Inoltre, fino al 1967 lo è anche del mondo, prima che la Russia costruisca il suo…

L’Empire nasce nel periodo della grande depressione e, a causa della situazione, viene soprannominatoThe Empty State Building, perché molti spazi interni rimasero vuoti o dovettero chiudere a cause della recessione, motivo per cui, anni dopo, per attrarre nuovi acquirenti, la parte superiore venne illuminata con colori diversi a seconda dell’evento.

Nel progetto iniziale il tetto fu pensato come piattaforma di atterraggio dei rigibili, aqluell’epoca molto di moda. Non si tenne conto però dei venti e del movimento ondulatorio della struttura per garantirne lo sbarco, tanto che dopo il primo atterraggio, venne cambiato il progetto e venne installata un’antenna.

La sua funzione é sempre stata commerciale ed é sede di uffici ed emittenti televisive, proprio grazie al’antenna posizionata negli anni 50.

La proprietà attuale lo acquistò nel 1961 per una cifra record di 65 milioni di dollari.

Oltre alla mitica maratona di New York, c’è un’altra corsa molto famosa: la RUN UP! È una corsa che parte dal sottosuolo dell’edificio ed arriva fino all’osservatorio del l’86° piano, per ben 1576 gradini; esiste dal 1978 ed é spesso citata in film e serie TV. Il primato è di un ciclista australiano che ci ha impiegato 9 minuti e 33 secondi.

Sempre all’86° piano troviamo la terrazza panoramica aperta che è la più ripresa e fotografata, ma se si sale fino al 102° piano c’è la seconda terrazza panoramica chiusa, il Top Deck, che è l’unica terrazza ad avere anche la visuale su Central Park.

Anche oggigiorno, a seconda della ricorrenza si può osservare la diversa colorazione delle sua cima: per San Patrizio è verde, per il Colunbus Day ha i colori della bandiera italiana, ovviamente il 4 luglio ha quelli americani e nel 2004, alla vittoria di Obhama è stato acceso di blue come alla morte di Frank Sinatra, ed alla morte di Fay Wray , la bimba di King Kong, è stato completamente spento.

L’Empire è il grattacielo più citato e filmato nella storia del cinema americano e di Hollywood: partiamo dal 1933 con King Kong, a Un amore splendido, Insonnia d’amore, Love affair,Io e Annie, Kramer contro Krammer, Harry ti presento Sally, The day after Tomorrw, The Avengers… E così via! L’elenco è lunghissimo…

A differenza del suo competitor il Chrysler Building, vanta un primato molto infausto però… Sono 30 le persone che hanno deciso di togliersi la vita lanciandosi da questo grattacielo.

Altro infausto evento è avvenuto il 28/7/1945 alle 9,30 am quando il Tenente Colonnello W.F. Smith, alla guida del bombardiere B25 Mitchelle, si schianta contro il lato nord del palazzo tra il 79° e l’80° piano, a causa della fitta nebbia, causando la morte di 14 persone e un danno strutturale di 1 milione di $ di danni.

Entrando un pochino più nel dettaglio architettonico, ricordo che l’Empire è uno dei primi edifici in alluminio sia strutturalmente che architettonicamente, compresi infissi che sono circa 6400! Ma interessante rimane l’entrata con decorazioni in oro 23 carati stile Art Déco e foglie in alluminio, che rappresenta l’Empire, ed alle spalle la mappa dello stato di New York. I muri sono in marmo di diverse e rare qualità provenienti un po da tutta europa: Belgio, Francia, Germania e Italia. E stiamo parlando di 328000 mq di marmo! Ovviamente la struttura portante ha anche una parte in mattone e per questo grattacielo sono stati impiegati la bellezza di 10 milioni di mattoni!

Alle pareti sono incastonati medaglioni cromati rappresentanti i simboli dell’età moderna, ovviamente sempre in alluminio. Famosissimo il dipinto sul soffitto che raffigura allegoricamente l’età delle macchine, utilizzando stelle e pianeti come ingranaggi di una catena di montaggio (in foglia di alluminio e oro).

Per chi ha curiosità un po più tecniche ecco un po di numeri. Parliamo di:

  • 365.000,00 ton è il peso stimato della struttura
  • 204.385,00 mq sono i metri quadrati di superficie totale
  • 1,04 milioni mc sono i metri cubi della struttura
  • 19000 sono gli operai ci hanno lavorato
  • 60.000 ton sono le tonnellate di acciaio impiegate nella struttura
  • 730 ton la quantità di alluminio ed acciaio impiegate
  • 47.402 mc è la quantità di calcestruzzo utilizzata
  • 5.663,40 mc la quantità di pietra calcarea utilizzata
  • 10 milioni i mattoni impiegati
  • 100 km è la lunghezza delle tubature presenti
  • 6514 sono le finestre a doppio stato con pellicola termica che funge da isolante installate
  • 1860 i gradini dal piano terra per arrivare all’osservatorio del 102° piano
  • 73 sono gli ascensori
  • 1,886 km di cavi per gli ascensori.

Importante ricordare che:

La cosa pazzesca è che l’Empire ha un suo codice di avviamento postale Personale… Se vi capita comunque di scrivere ad un inquilino del palazzo, basta che scriviate Empire, tanto lo sanno tutti dove si trova!

Altra cosa particolarissima, sulla cima dell’edificio il sole sorge circa mezzora prima e tramonta mezzora dopo; tutto questo grazie alla curvatura terrestre!

Vi lascio con questa meravigliosa immagine: è un esplosione di colori… Giudicate voi!

Ad un passo dal cielo

Visitare New York è sempre stato uno dei miei più grandi sogni, dato che l’atmosfera dinamica, la mescolanza di moltissime culture e gli innumerevoli luoghi di interesse mi hanno attratta alla Grande Mela sin da piccola.

Fissavo impaziente il giorno della partenza sul calendario e finalmente, dopo anni di attesa, mi sono ritrovata a camminare per le strade della città, che da sempre speravo di poter conoscere. A primo impatto, non si può fare altro che rimanere sbigottiti dagli altissimi grattacieli che dominano l’intero paesaggio newyorkese, tanto imponenti da far sembrare l’uomo tutt’altro che il loro artefice. Sembra che i grandi edifici siano i veri padroni della città, dalla solidità dei materiali all’eleganza delle grandi finestre, capaci di riflettere la luce in una bellezza disarmante.

Senza accorgersene, ci si ritrova a rivolgere lo sguardo verso l’alto, rimanendo con il naso all’insù fino a quando lo stupore lascia il posto alla curiosità: come ci si sente a guardare la città più movimentata del mondo da un altro punto di vista? Ma soprattutto, perché si è sentito il bisogno di estendersi verso il cielo? Salendo su uno di questi grattacieli, la visione è completamente ribaltata e la risposta alle domande che prima ci si è posti sembra essere più chiara. Sembra di essere in un luogo nuovo, dove la vista si estende più lontana di prima e la vastità della Grande Mela è più evidente che mai. Ci si sente piccoli ma allo stesso tempo liberi, come degli acrobati in bilico tra le strade trafficate e le nuvole. Forse è questo il motivo che ha spinto gli architetti verso il cielo, oltre per questioni di spazio… Per avere il tramonto a portata di mano e le stelle a due passi dal soffitto!

È per questo che non mi sorprende che New York sia la città degli ambiziosi, dei sogni e delle grandi opportunità: chi ha il coraggio di viverla a pieno punta sempre verso i propri obiettivi, cercando di arrivare ogni giorno sempre più in alto.

Aurora N.

Grattacieli, le origini – parte 1

Il grattacielo è il punto in cui si incontrano l’arte e la città.”
(A. L. Huxtable)

Qualche giorno fa una mia amica mi ha detto che stava partendo per New York e questo mi ha riportato alla mente il ricordo di una lezione di una mia professoressa del Politecnico che, ad una lezione di storia dell’architettura, parlò dei grattacieli come le nuove frontiere dell’architettura moderna… Sono diventati il simbolo del potere e del successo delle grandi civiltà contemporanee. Ricordo che rimasi molto affascinata da quella lezione perché per me, i grattacieli hanno sempre ricordato New York, che è stato uno dei miei 3 sogni da bambina; non sono ancora riuscita a coronarlo, ma rimane lì, ancora da scoprire… Perché il primo pensiero che si fa pensato alla Grande Mela sono proprio i grattacieli ed il suo meraviglioso skyline!

La torre di Babele (credits: internet)

Storicamente, la prima citazione di un grattacielo in realtà risale alla Bibbia: la torre di Babele ne fu il primo esempio, “una torre, la cui cima tocchi il cielo”(Genesi 1,1-9)… Ma non finì molto bene!

La citazione di questo primo tentativo di raggiungere il cielo fa capire che l’uomo, fin da tempi non sospetti, fu interessato a tentare questo sviluppo verticale, sfidando le forze della natura; anche perché storicamente questa narrazione sembra che abbia un fondo verità. Sembra, infatti che probabilmente questo edifico corrispondesse alla Ziggurat di Babilonia, che era il centro religioso più importante della zona.

Ma ritornando a tempi più recenti, questi incredibili esempi di architettura verticale con una visione moderna, nascono, prima di NYC, sempre in America, con la “scuola di Chicago“, un incredibile team di Architetti e Ingegneri che hanno lavorato e collaborato alla ricostruzione della città dopo il devastante incendio del 1871, che la rase al suolo completamente, con lo scopo di far rinascere dalle ceneri la grand “Wind City”. Si accavallarono due generazioni di tecnici che inventato un nuovo modo di costruire, utilizzando l’acciaio, come parte strutturale portante, e la terracotta, come finitura estetica. Tra i nomi più famosi non possiamo non citare: Daniel BurnhamDankmar AdlerJohn RootWilliam HolabirdMartin RocheWilliam LeBaron Jenney,Louis Sullivan e un Frank Lloyd Wright agli inizi…

I progetti realizzati riguardano un po tutti i settori, dal residenziale al commerciale, ed è interessantissimo vedere come questo modo di costruire queste facciate regolari, scandite da ripetitive successioni di grandi finestre uguali tra loro, conia un nuovo stile architettonico… Il CHICAGO WINDOW!

Home Insurance Buoiding, 1885 (Credits: internet)

Il primo grattacielo costruito è l’Home Insurance Building, progettato dall’Ing. William LeBaron Jenney, completato nel 1885, ampliando nel 1891 e demolito durante gli anni 30.

Stiamo parlando di un palazzo di 12 piani alto 42 metri, che per l’epoca era fuori dal comune… Ma che ha dato il là ad una rivoluzione!

Tanto che Mr. Louis Sullivan (considerato il primo architetto moderno americano), ne rimane affascinato e comincia a progettare una serie di edifici-grattacieli creandone un suo stile e inserendo dettagli sempre più creativi e contestualizzati.

Cliccando su Grattacieli di Chicago, trovate l’elenco di tutti i grattacieli più importanti della Wind City, che, se siete in zona potreste vedere…

Dopo anni di sperimentazioni di questo tipo di strutture e passando dalla seconda scuola di Chicago, arriviamo ad anni d’oro per i grattacieli a Chicago ed arriviamo al suo simbolo di potere e successo, considerata all’epoca “l’edificio più bello del mondo”: il CHICAGO TRIBUTE. Costruito nel 1925 ad opera degli architetti R. Hood e M. Howells, è un edificio di 36 piani alto 141 m.

Questo edificio è un palazzo in stile neogotico, nato dalla vittoria di un concorso internazionale fatto nel 1922 intitolato “l’edificio più bello ed accattivante del mondo”, a cui parteciparono studi di architettura ed ingegneria da tutto il mondo. proprio per il suo stile, che ricalcava gli anni passati, venne molto criticato dalla scuola di Chicago e dall’International Style. questo edifico è rimasto sede del The Tribune fino a quando nel 2018 si è deciso di convertirlo in residenza (appartamenti che verrano ultimati indicativamente nel 2020). il palazzo non fu visitabile fino al 2011 quando, l’Open House Chicago festival ne permise la visita.

La particolarità interessantissima di questo edificio è che, durante la fase di costruzione, i corrispondenti del Tribune furono inviati a portare delle pietre di un certo valore storico da qualsiasi parte del mondo e ne arrivarono 120 dai relativi paesi: dal Partenone, dal Taj Mahal, dal Colosseo, dalla Grande Piramide, da Santa Sofia a Pompei, dalla Grande Muraglia Cinese, da Wenstminster, dall’Arc de Triomphe e da Notre Dame, da San Pietro e così via… Tanto che la tradizione non si è fermata! Negli anni sono state incrementate a 149 e si possono trovare anche un pezzo d’acciaio del World Trade center, un pezzo di suolo lunare ed una pietra del muro di Berlino. tutte si trovano nella parte bassa dell’edificio, visibili ad i visitatori che si divertono a scovarle nella ricerca…

Altri importanti grattacieli di Chicago, eretti in quelli anni furono:

NEW YORK dalle origini agli anni 30

A far concorrenza a questo fermento costruttivo arriva New York, che in questo periodo comincia ridisegnare l’spetto del suo skyline, partendo da uno gruppo degli storici edifici della City: il Chrysler Building, il General Electric Building, il 500 Fifth Avenue Building ed il mitico Empire State Building (a cui dedicherò un capitolo a parte…) Quattro giganti che lasciano senza fiato… Stiamo parlando di 4 edifici costruiti negli anni 30 e che hanno gettato le basi della moderna architettura ed ingegneria!

Partiamo dal CHRYSLER BUILDING (che è anche il mio preferito), grattacielo di 77 piani alto 319 m progettato dall’architetto William Van Alen in stile art decò; inizialmente era stato acquistato da Reynolds (quello del parco divertimenti di Coney Island per capirci), il quale, poco dopo la partenza lavori, lo vende, con il progetto, a Mr. Chrysler, che a sua volta modifica demolisce e ricostruisce da capo il palazzo, pagandolo con i suoi soldi personali (14 milioni di Dollari… Mai stati di proprietà della società ma suo personale!).

La particolarità è la guglia in acciaio inox nella parte alta con finestre triangolari per emulare la forma dei radiatori; questa parte dell’edificio avrebbe dovuto essere in rame, e la sola guglia è alta 60 m; alla sua base c’è una suite bipiano che era di Mr. Chrysler. Nel progetto originale questa guglia non c’era: venne progettata e costruita all’ultimo momento per poter vincere la gara del palazzo più altro contro la Bank of Manahattan e venne installata in gran segreto, portata in 4 pezzi smontati e lavorati in loco la notte prima dell’istallazione e installata in 90 minuti, dano all’edificio il primato di palazzo più alto dal 1929 al 1931, quando venne costruito l’Empire State Building, che ne scippò il primato. Questa guglia venne installata il 24 ottobre 1929, cioè il giorno prima del crollo di Wall Street.

Tutti i materiali sono stati lavorati in loco in laboratori che si trovavano tra il 65° ed il 67° piano in modo artigianale ed il palazzo è stato completamente costruito a mano, dalle finestre, alle lame di metalloidi gargoyles alla guglia.

Esternamente non ha terrazze panoramiche né ristoranti ai piani alti e internamente lo sfarzo è percettibile ovunque; ci sono 18 ascensori tutti intagliati in legno e tutti diversi tra loro. Fu sede anche del Clou Club fino al 1979, considerato il club dei magnati.

Importante ricordare che:

  • dal 1976 è iscritto nel National Historic Landmark Program, come monumento nazionale
  • nel 2005 è stato definito “il più bel grattacielo di NYC” da una giuria americana di tecnici competenti
  • nel 2007 l’American Institute of Architects lo definisce l’esempio di Art Decò più puro al mondo.

Tra le particolarità da ricordare ve ne sono 3:

  • è l’unico grattacielo dove non morì alcun operaio (diciamo che la sicurezza in cantiere come viene realizzata oggi, non era esattamente al primo posto)
  • ha il primato di minor numero di suicidi avvenuti (ve n’è stato solamente 1)
  • non paga le tasse, in quanto è stato realizzato sulla proprietà della Cooper Uninon, di proprietà di un’università privata americana.

Qui sotto trovate una veduta dell’epoca… guardate cos’era questo grattacielo prima che partissero ad essere costruiti tutti gli altri per arrivare alla NYC dei nostri giorni!

Il GENERAL ELETRIC BUILDING rinominato 570 LEXINGTON AVENUE BUILDING, in quanto la sede della General Eletric fu spostata nel Rockfeller Building dandogli il nome, è un edificio del 1931 di 50 piani alto 195 m progettato dall’architetto John Walter Cross. Essendo nato come progetto per la General Elettric, è un edificio art decò in stile gotico con moltissimi dettagli e rimandi ai fulmini. La parte alta, detta corona, la sera quando si illumina, sembra una grande torcia a simboleggiare la forza dell’elettricità e delle onde radio.

Internamente non è visitabile e la sua proprietà è passata da General Eletric a RCA Records nel 1973. Nel 1985 la General Eletric, visti i costi di gestione dell’edificio, lo donò alla Columbia University ottenendo uno sgravio di 40 milioni di $.

Importante ricordare che:

  • dal 1985 è iscritto nel NYC Landmark Program, come monumento nazionale
  • del 2004 è iscritto al National Register of Historical Places

Il 500 FIFTH AVENUE BUIDING è un edificio progettato dall’architetto Shere (lo stesso dell’Empire) del 1931 alto 212 m e di 60 piani. L’edificio si trova vicini alla zona verde di Bryant Park ed è anche questo un edificio in art decò.

L’edificio si trova su una delle strade più famose al mondo: la fifth avenue. Questa via è conosciuta già dalla seconda metà dell’ottocento in quanto vi si stabilirono le famiglie più aristocratiche della grande mela, come ad esempio la famiglia Astor (costruttrice del Waldorf-Astoria Hotel), che ha portato all’ampliamento della strada con la nascita dei primi negozi fino a diventare la strada che oggi conosciamo.

Cliccando su Grattacieli di New York trovate l’elenco di tutti i grattacieli più belli di NYC con i relativi dettagli costruttivi.

Altri importanti grattacieli da ricordare edificati in quegli anni sono:

Vista aerea di New York del 1932 – Credits: Wikipedia

L’idea che fa nascere questo tipo di costruzioni sin dagli inizi con la scuola di Chicago è quella di arrestare il disordinato sviluppo della città dandone una razionalizzazione, certo è che la sensazione di potere e successo che trasmettono fa pensare più ad un autocelebrazione dell’uomo in fase costruttiva!

Abbiamo ripercorso la storia dei grattacieli dalle origini agli anni prima della seconda guerra mondiale; nel prossimo post parleremo di un nuovo gruppo di grattacieli… questa volta ci avviciniamo ancora un po ai nostri giorni… Vediamo se indovinate quali città si sono aggiunte?

E se l’articolo vi è piaciuto o anche no, lasciate un commento… Aspetto i vostri pensieri!

Viaggio nei colori

Sull’orologio sono le cinque di mattina, è domenica. Mi ritrovo proprio qui, tra quattro mura, in un’atmosfera che sembra galleggiare tra il sogno e la realtà. L’intera stanza è invasa dal profumo di legno antico che per tanti anni è stato il mio buongiorno prima di un tuffo in mare, tradendo ancora un sentore di salsedine intrappolato tra le tende che incorniciano la finestra. Tutto questo significa che per me l’estate è appena cominciata: è l’inizio dei ghiaccioli a bordo piscina, delle serate in città con le amiche, delle notti senza sonno e delle mattine pigre dove il pensiero dei compiti è ancora lontano.

Tutto comincia da queste quattro possenti mura. Eppure, la vera protagonista è la luce, i cui raggi filtrano da ogni possibile spazio fino a raggiungere la mia pelle appena abbronzata, mentre i mille colori dell’alba si proiettano come in uno spettacolo sulla parete. Il giallo tenue viene sovrastato da una forte tonalità di arancione, quasi rosso. Rosso come il corallo dei fondali vicini, che vanno addolcendosi verso l’esterno in un rosa sfumato.

Ma non mi basta! Voglio godermi lo spettacolo pienamente, quindi mi precipito giù per le scale come per rincorrere anche l’ultimo raggio restante. Nella cucina, ormai consumata da anni di pranzi in famiglia, il pavimento scricchiola ad ogni mio movimento, la porta non può evitare di cigolare appena ne varco la soglia per uscire. Percorso il piccolo sentiero costeggiato da alberi che conduce alla spiaggia, inizio a sentire la sabbia sottile sollevarsi ad ogni mio passo, mentre la brezza leggera si fa strada tra le vecchie case e i nuovi alberghi sulla costa.

Ed ecco un’esplosione di colori, dal rosso intenso all’arancio deciso, fino ad un rosa tenue che svanisce nella mattina ancor prematura, capace di creare elettricità con la sua luce, soffusa ma al tempo stesso potente. La luce si diffonde ovunque e rende tutto un po’ magico. Il cellulare non è capace di imitare quella bellezza in nessuno scatto. I fiori e gli alberi sembrano imitare l’alba in tutte le sfumature, dalle più vivaci fino a quelle più delicate. Quasi non si distingue il punto in cui il cielo si interrompe per specchiarsi sulle acque calme del mare. L’estate è appena iniziata ma a quest’ora è molto tranquillo, quindi mi godo lo spettacolo più bello che la natura possa offrirmi senza essere disturbata dai soliti pensieri che mi affollano la mente. Mi piace pensare che a partire da questo preciso momento della giornata tutto sia possibile, che la scelta di trasformarla in qualcosa di bello dipenda dal modo in cui decidiamo di affrontare le situazioni: le vetrate decorate delle cattedrali sono nate dalla sabbia fine delle spiagge come questa, proprio come spettacoli come l’alba e il tramonto esistono grazie ad un gioco di luci. Abbiamo a disposizione un’estate e un oceano di possibilità, sta a noi decidere come costruire il nostro capolavoro.

Aurora N.

Vi lasciamo con un quesito… Di che regione si parla? Alla prossima avventura della nostra Young Viewer!

WHITE IS THE NEW BLACK?

Da quando è finita la Milano Design Week, il fermento intorno al mondo del design è aumentato esponenzialmente. Ma per ripartire con i miei articoli ho deciso di trattare un tema che lo riguarda, ma in modo trasversale… il COLORE!

Ma ne vorrei parlare, partendo dai colori della stagione in corsoie quindi la primavera che ormai volge all’estate, e ne vorrei parlare cercando di sviscerarne uno alla volta, cercando di coglierne le sfumature!

La bibliografia in merito è ampia e variegata, ma relativamente alla teoria del colore c’è un bellissimo libro di Wassily Kandinsky “punto linea superficie” edito da Adelphi, che è il caposaldo di questa teoria e ne tratta ampiamente l’argomento, per chi ha voglia di saperne di più e farsi un po di cultura in merito.

Ma come primo colore ne ho scelto uno che è un Must, ho scelto di partire da un NON colore, il colore che non contiene alcun colore: ho scelto di partire dal BIANCO.

Il bianco è un colore trasversale, che accarezza tutte le stagioni e che vibra in modo diverso a seconda delle sue sfumature. Non ha una sola declinazione, ma ne esistono tantissime: bianco assoluto, bianco sporco, bianco uovo, bianco crema, e l’elenco sarebbe infinito… Personalmente, nel amo in cui ho utilizzato questo colore, ho sempre consigliato di utilizzare il Bianco RAL 9010, che da una sfumatura calda alle pareti di casa facendole vibrare di un’energia avvolgente, nonostante non la si colga otticamente se non lo si affianca ad un bianco assoluto.

Ma partiamo da quello che vadiamo in natura; è incredibile vedere come il bianco sia sempre presente e costante e allo stesso tempo diverso e inaspettato:

Credits: IG @disessenze

Anche nel design c’è chi ha fatto del bianco la linea principale della propria produzione; Seletti, eclettica e ironica come sempre, ha utilizzato oggetti di muso comune, che ha privato della loro funzione principale, li ha “sbiancati”, dando al nuovo proprietario la possibilità di creare una nuova funzione.

Credits: Seletti

Ma ha fatto di più: si è spinta oltre! Ha preso anche cose, forme e animali comuni, e ne ha creato un nuovo mondo…

Se passiamo poi al tema dell’arredamento, qui si potrebbe disquisire per giorni perché stili che hanno adottato il bianco come filo conduttore ne esistono. Vediamo i più rappresentativi: partiamo da TOTAL WHITE.

Stile minimale, essenziale e contemporaneo, il TOTAL WHITE ha avuto la sua esplosione nello scorso decennio e continua ad avere un riscontro positivo anche negli ultimi anni; vuoi per la dimensione degli appartamenti che si sono ridotti e quindi necessitano di più luce ed energia per creare una vivibilità diversa, vuoi perché i gusti e le mode cambiano e quindi ci si spinge sempre su qualcosa di diverso.

“LESS IS MORE” diceva Ludwig Mies van der Rohe, e meno dell’eliminate completamente il colore non ce n’è…

Un esempio lo trovate su https://www.quinrivista.it/interni/ per una casa presentata un po di tempo fa (QUIN 13, INTERNO7) il cui titolo era “Bianco che abbaglia”, rivista molto interessante che ha nei progetti, nelle foto e nella produzione della rivista stessa il suo punto di forza (credits: http://www.quinrivista.it).

Altro esempio molto interessante è il Progetto Villa Överby di John Robert Nilsson, che potete trovare su mondodesign.it, dove il bianco si fonde completamente con l’esterno.

Giusto per sognare un po…

Progetto Villa Överby di John Robert Nilsson (credits: http://www.mondodesign.it)

Molti lamentano che questo stile possa diventare freddo e asettico, ma il punto di vista della vivibilità di una casa lo da chi ci vive, che ricerca a volte questo stile proprio per un suo modo di vivere che lo rispecchia. In contrapposizione a questo stile c’è lo SHABBY CHIC, anche questo stile di tendenza dell’ultima decade, fortemente in contrapposizione con il TOTAL WHITE nelle linee ma accomunato dall’utilizzo del colore. Qui le linee sono molto morbide, riportano alle case polverose della campagna inglese con un accenno alla Provenza ed ai castelli della Loira dei secoli passati, un po rivisitate e un po sdrammatizzate.

Qui sotto un progetto di Paulina Arcklin, dove utilizza questo stile in modo molto estremizzato (Credits: mondodesign.it)

Anche questo stile trova i suoi momenti di riflessione come quelli suggeriti da Camilla Bellini sul suo blog https://www.camillabellini.com/it/casa-shabby-chic-non-farlo/ in un articolo dello scorso anno, dove sconsiglia fortemente l’utilizzo sotto tutti i profili (facendone un’analisi storica sulla nascita di questo stile molto approfondita).

Altri due stili che utilizzano il bianco come linea guida sono il NORDIC STYLE, che si sta proponendo e imponendo negli ultimi anni, e lo SHIPLAP, tipico stile americano del sud degli Stati Uniti.

Il NORDIC STYLE o stile scandinavo, in realtà non è uno stile nuovo, ma è “nato e cresciuto” nella penisola scandinava dagli anni 30 e ha nei suoi creatori fior fiore di designer che hanno fatto la storia del design del Novecento, come Arne Jacobsen (considerato l’uomo che ha portato al rinascimento del design e dell’architettura danese e scandinava), Alvar Aalto, Borge Mogensen, Hans J. Wegner, Verner Panton, Poul Henningsen e Maija Isola, considerati i fondatori del periodo d’oro di questo stile.

cof

Questo è uno stile molto legato all’oggettistica interna della casa, in quanto, a livello climatico, le case erano e sono più vissute internamente che non all’esterno, e il confort richiesto da chi le vive è molto alto.

Sedie e lampade ne sono gli elementi caratteristici, ma anche la geometricità dei disegni alle pareti.

Credits: https://www.chizzocute.it/stile-nordico-pezzi-must-have-la-tua-casa/

Sotto un progetto loto interessante che mescola linee moderne con lo stile nordico delle geometrie dello schienale della cucina e della lampada.

Progetto Lara Martins (Credits:mondodesign.it )

Lo SHIPLAP invece è uno stile tipicamente americano della zona del sud degli stati uniti d’America, che ricorda comunque lo stile nordico del passato ma solo per l’utilizzo delle finiture delle pareti: infatti, qui il bianco è prevalente sulle assi di legno accostate orizzontalmente leggermente distanziate per creare in gioco di ombre e creare tridimensionalità.

Johanna e Chip Gaines, famiglia del Texas venuti alla ribalta per un programma di ristrutturazione che si chiama “Casa su Misura” (FIXER UPPER), hanno fatto di questo stile il loro portabandiera, il loro stile di vita (https://magnolia.com/magnolia-home/).

In conclusione, vi ho convinto? Il bianco è il nuovo nero?

Non saperi… Quello che ho capito da questa piccola passeggiata nel mondo degli stili e del colore è che ognuno ha un suo punto di vista, una sua visione della vita e che bisogna scegliere sempre quello che si ritiene più giusto per se stessi, sia nella vita che nello stile!

La prossima settimana ci attende un nuovo colore… Vediamo se indovinate!

Caffè, caffè… caffè!

Ma caffè della moka o caffè espresso?

Noi italiani, si sa, la prima cosa che facciamo quando ci svegliamo o per qualsiasi occasione della giornata, è bere caffè… E’ un po come la nostra linfa vitale. Ma la domanda più importante che ci dobbiamo porre è: caffè della moka o caffè espresso? Questo porta a due scuole di pensiero completamente diverse…

Partiamo dall’inizio: da dove ha origine il caffè e quali sono gli scopritori, inventori di questo meravigliosa bevanda e quali bellissimi oggetti sono usciti da queste scoperte!

Libro di E. Maltoni e M. Carli “CoffeMakers Macchine da caffè” edito daCollezione Enrico Maltoni

Il caffè nasce nel nel mondo arabo e arriva in Europa nel 500′ e veniva prodotto attraverso un procedimento abbastanza complesso di ripetuta bollitura per infusione, creandone un vero e proprio rito (ma per qualsiasi ulteriore informazione vi consiglio il libro “COFFE MAKERS, macchine da caffè” di Enrico Maltoni e Mauro Carli, che ne racconta la storia in modo molto approfondito).

Ma arriviamo al 1933, quando l’ing. Bialetti decise che il Caffè doveva essere per tutti e, ispirandosi al funzionamento della lavatrice della moglie, arrivò a creare la Moka come oggi la conosciamo. La parola Moka deriva da città di Mokha in Yemen, una delle zone più conosciute per la produzione di caffè di qualità arabica.

In questo articolo parleremo della Moka, che vede la sua nascita nel 1819 in Francia dalle mani di del sig. Morize, ma che venne poi sviluppata e perfezionata a Napoli, prendendo il nome di Caffettiera Napoletana… Ad oggi esiste ancora qualche estimatore di quel metodo che utilizza ancora la Cuccumella al posto delle moderne caffettiere.

L’evoluzione delle caffettiere (credist:Bialetti)

Ma ora arriviamo a loro: le Moke… Ne esistono di ogni tipologia e costo, ma la Moka rimane sempre lei! Icona esposta permanentemente al MoMa di New York e alla triennale di Milano (…Mica pizza e fichi!). La Bialetti!

‘La Moka Si Mette In Mostra’ Mostra, Milano 2013 (Photo by Pier Marco Tacca/Getty Images)

La Bialetti si è sbizzarrita durante tutti questi anni e se ne possono trovare di ogni sorta forma e colore ed il caffè che si fa con questa Moka è unico… Inoltre su INSTAGRAM si trova una bellissima iniziativa fotografica #coffelovers a cui poter partecipare e da cui poter trarre ispirazione per un futuro acquisto. (immages credits: Bialetti)

I prezzi di questa marca variano da €22,90 per la moka da una tazza a €69,90 per quella da 18 tazze.

Altra grande icona rimane Carmencita di Lavazza disegnato da Marco Zanuso nel 1979, rimasta nella memoria collettiva per i suoi meravigliosi caroselli usciti dalla penna di Armando Testa oltre che per il buonissimo caffè… E infatti nel 2018 ne è stata fatta una nuova versione Urban Black. Lo spot? Recita così: “Carmencita is black!” Questa versione è nata dalla ricerca di due grandi istituzioni: il Training Center Lavazza e l’Innovation Design Lab del Dipartimento del Politecnico di Torino (scusate se è poco). Sul sito Lavazza il prezzo è 45€ di questa nuova versione.

La nuova versione del 2018 Urban Black (credits: Benedettodemaio)

Poi ci sono i grandi designer che ne hanno fatto un’icona… Partiamo con Aldo Rossi, Richard Sapper e Alessandro Mendini per Alessi:

Moka La Cupola di Aldo Rossi del 1988. Credits: Alessi
La Conica di Aldo Rossi. Credits: Alessi
La 9090 disegnata da Richard Sapper, è la prima caffettiera espresso della storia di Alessi, ma è anche stata premiata con il premio Compasso d’Oro ed è il primo oggetto Alessi esposto al MOMA di New York. Secondo alcuni, questa è la caffettiera Alessi più amata dal pubblico. Credits: Alessi

Tutti i più grandi hanno creato una pagina di questo meraviglioso oggetto e dato il loro contributo a rendere grande questo oggetto quotidiano… Ma qui si sale decisamente di prezzo superiamo quasi con tutte le 100€ (potete trovarlo direttamente sul sito di Alessi a seconda di modello e formato)!

Per vedere un’interpretazione più ironica bisogna andare su marchi che di questo tipo di lettura dell’oggetto ne hanno fatto il loro cavallo di battaglia. Irriverente come sempre, troviamo la moka di Viceversa che, oltre ad una versione più formale di Giulio Iachetti del 2013 che si chiama Caffeina, ne accosta una più ironica chiamata Caffettiera Noir, Entrambe passano da un costo di 32€ a 42€, a seconda delle quantità. (credits: Viceversa)

Ma visto che siamo nel secolo della tecnologia, le stesse versioni sono state fatte anche elettriche per dare la possibilità di poter programmare la giornata…

La moka poi è stata declinata anche in altre forme di utilizzo per il design, Seletti ne ha fatta un’icona da esporre (immages credits: Seletti and Mcdonalds):

Se volete seguire le 10 regole d’oro per fare un caffè perfetto, qui trovate un link per poterlo fare: https://www.scattidigusto.it/2013/08/22/come-preparare-un-caffe-a-regola-darte/

Credits: scatti di gusto

Quindi, qualsiasi tipo di caffettiera scegliate, fate che sia un momento di pausa solo per voi e gustatevelo e… Buon Caffè!