THE DESIGN CAL: Arriviamo all’ultima decade

In evidenza

Siamo arrivati all’ultima decade, che in realtà è ancora di fase di scrittura, anche se siamo alle battute finali. Come si sono connotati questi anni? Bella domanda… in realtà è difficile dirlo essendo ancora in fase vi sviluppo. Sono sicuramente anni di sperimentazione; anni in cui le grandi figure di riferimento hanno ancora un peso molto importante. Abbiamo avuto anche uno stallo creativo nel periodo della crisi, dovuto anche, forse, alla paura di investire delle aziende che hanno preferito navigare in mari sicuri piuttosto che rischiare scelte estreme o diverse da quello che era una garanzia… Diciamo che abbiamo una grande diversificazione di generi e che l’artigianato e la professionalità stanno riprendendo piede, grazie anche alle filovie di vita più sostenibili; questo sta portando alla sperimentazione anche di nuovi materiali, che prima non venivano considerati!

21 DICEMBRE: LA PARISIENSE

Oggi volevo scegliere un libro degli ultimi 10 anni da proporre, ma l’elenco era cosi lungo che mi sono trovata seriamente in difficoltà… Quindi vi propongo un libro che parla di una figura iconica come madame Ines de La Fressange, che in realtà è un libro che parla del design della moda… E tra l’altro in edizione limitata perché ha una versione rilegata rigida e con copertina dipinta oro! La Parigina è anche libro e agenda insieme, visto che ogni anno ne esce un divertente aggiornamento. Esistono anche versioni più economiche ma questo, nei libri della vostra libreria di casa non più mancare. é un po come la Birkin di cui abbiamo parlato qualche giorno fa…Non può passare inosservato fuori dall’ambito del design! Oltre al suo brand omonimo, da molte stagioni la ex modella disegna regolarmente collezioni per donna, uomo e bambino ispirate al guardaroba parigino per il marchio di abbigliamento giapponese Uniqlo, altro marchio che ha preso in prestito nomi di designer per disegnare le sue collezioni…

22 DICEMBRE: VACUUM VASE

Vacuum Vase è un’opera di Valeria Vasi, che è una designer-scultrice. Tutte le sue opere sono sul confine fra arte, scultura e design, e qui nascono i vasi in ceramica o antracite di Valeria: dosando attentamente queste tre discipline che nascono i suoi meravigliosi vasi che vogliono insediarsi nel punto di equilibrio che si crea tra espressione artistica, utilità e funzionalità. Valeria Vasi è un’artista catalana che incentra le sue opere all’insegna dell’essenzialità ed al Suprematismo (che è una corrente russa dello scorso secolo che promuoveva l’arte astratta…). La base della sua collezione, sono, infatti, poche forme geometriche e solo 4 colori: bianco, nero, terracotta e rosa. Le finiture sono invece disponibili sia in versione lucida sia opaca. Sono opere artigianali uniche… Difficile e riduttivo definirle solo oggetti o solo vasi! Andate a vedere il suo profilo e poi fatemi sapere cosa ne pensate: trovo incredibile questa fusione di 3 discipline!

23 DICEMBRE: RABBIT CHAIR

Rabbit Chair nasce dalla mente di Stefano Giovannoni per Qeeboo nel 2016, presentata al salone del mobile di Milano. Partiamo dal presupposto che Stefano Giovannoni è conosciuto per la sua particolare intraprendenza nella ricerca e sperimentazione di nuove forme da poter utilizzare per realizzare progetti di arredo e di design, in grado di unire la comodità alla qualità. La struttura della sedia si sviluppa così: le orecchie del coniglio fanno da spalliera mentre il suo dorso diventa la seduta vera e propria. La Rabbit Chair è realizzata in polietilene, questo le permette di essere una sedia super leggera, facile da trasportare e al tempo stesso resistente a tutte le forme di intemperie, quindi adatta all’esterno ed all’interno. Il coniglio è da sempre segno di fertilità e amore e suscita immensa tenerezza, dunque l’idea della sedia si fonda su un forte valore simbolico, valido sia nelle culture occidentali che in quelle orientali. E voi, avete degli oggetti portafortuna?

24 DICEMBRE: VASO PRIMATES KANDTI

Oggi chiudiamo con il calendario dell’avvento presentando i vasi Primates Kandti di Elena Salmistraro per Bosa, vasi realizzati in ceramica, materiale caro a questa designer milanese della nuova generazione. La scimmia è l’animale che più evoca l’uomo, nella forma del corpo, negli sguardi, nei movimenti. Un potere di somiglianza che la rende affascinante e che ha ispirato il progetto, presentato nel Gennaio 2017 al Maison & Objet di Parigi. L’anima di questi primati è racchiusa nel vaso attraverso i dettagli e le ricche textures: tutto ciò attira l’occhio e incuriosisce attivando un meccanismo di riconoscimento che coglie in pieno l’obiettivo del ricreare il legame tra uomo e scimmia. Alla serie di vasi di design , si aggiunge anche quella dei piatti decorati in ceramica, realizzati a mano da Elena. La designer riesce a tradurre la capacità della natura di creare armonie di forme e colori, prima in illustrazioni e poi in ceramiche di design, dando l’opportunità di avere in casaun nostro talismano.

A PRESTO!

THE DESIGN CAL: un tuffo nei 00

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Ci avviciniamo sempre di più ai nostri giorni, siamo nella prima decade degli anni 2000. Questa è la decade in cui anche i grandi stilisti si lanciano nel mondo del design e del forniture design assolutamente made in Italy: troviamo nomi importanti quali Nino Ceruti e Giorgio Armani (che nel 2010 arreda persino il Burj Khalifa). In questi anni si va diffondendo una nuova espressione, social design, nell’ambito della quale vengono accomunate varie direzioni di ricerca. Gli oggetti di design vengono proposti con nuove modalità: per i prezzi, per il fatto di essere commissionati da un gallerista, possibilità prima riservata solo agli artisti, per essere collocati negli spazi espositivi dell’arte. Inoltre, il design cerca di recuperare un suo scopo, una sua necessità, un senso etico, anche se a volte, come si vedrà in seguito, ciò avviene in modi impropri e non condivisibili, a prezzo della rinuncia a una concezione complessa e complessiva di progetto. Sul mercato, quindi, si presentano oggetti di design come una nuova ‘merce estetica’, valutata con cifre tipiche del mercato dell’arte. Etica ed estetica: il loro rapporto, anzi il loro dissociarsi, sembra essere uno dei temi più significativi nella situazione odierna.

17 DICEMBRE 2000: CICO

Cico é un progetto di Stefano Giovannoni del 2000 per Alessi. È un portauovo con spargisale personale e cucchiaio in resian termoplastico.
Giovannoni si ispira spessissimo al mondo del fumetto ed ha creato un oggetto con una forte ispirazione figurativa; anche Cico fa parte del filone narrativo dell’autore.
I suoi oggetti sono molto legati alle emozioni e capaci di stimolare l’immaginazione utilizzando un canale di comunicazione ironico, ludico ed evocativo. Hanno sempre una connotazione molto colorata, ma nonostante questo risultano simpatici e discreti… 

18 DICEMBRE 2002: LOUIS GHOST

La sedia Louis Ghost è stata creata da Philippe Starck per Kartell nel 2002. Questa è la sedia più conosciuta e riprodotta del design contemporaneo. Il connubio tra le sue linee barocche delle sedute Luigi XV e il policarbonato trasparente – più la sfida tecnologica per realizzarla – hanno dato il via a una piccola rivoluzione nel mondo dell’arredo. La Louis Ghost è un capolavoro di progettazione nato da una vera e propria sfida tecnologica: sono serviti due anni di ricerca e tentativi a opera di Philippe Starck per creare questo coraggioso esempio di iniezione del policarbonato in un unico stampo. «Il successo universale della sedia Louis Ghost non viene dalla progettazione, ma dalla memoria comune. La Louis Ghost è stata elaborata dal nostro subconscio collettivo, è soltanto il risultato naturale del nostro passato, del nostro presente e del nostro futuro» dice Starck. La prima sedia trasparente però è stata La Marie nel 1999, premiata col Compasso d’Oro. La Marie è la madre di tutti i trasparenti Kartell: Louis Ghost, Ghost Buster, Mr.Impossible, Uncle Jack, la seduta Victoria Ghost, gli sgabelli Charles Ghost, lo specchio Francois Ghost, la seduta per bambini Lou Lou Ghost e gli sgabelli bar One more e One more please, e così via…

19 DICEMBRE 2005: CABOCHE

Il lampadario Caboche è stato progettato da Patricia Urquiola per Foscarini nel 2005. Nella sua raffinatezza rappresenta la versione contemporanea dei ricchi lampadari decorativi della tradizione. Ma al posto degli elementi in cristallo viene impiegata una profusione di globi in materiale plastico che rifrangono la luce e la diffondono nell’ambiente a 360°. Lo chandelier Caboche, perfetta fusione di diverse individualità in un’unica forma, mescola la suggestione del lampadario chandelier con quella di un braccialetto di perle. Per Caboche, Patricia Urquola e Eliana Gerotto e si ispirano infatti ad un oggetto acquistato durante un viaggio, un braccialetto in bachelite degli anni Trenta ( e alla gioielleria si ispira anche il nome, Caboche, il termine tecnico per indicare uno dei tagli più noti per diamanti e pietre preziose). L’ispirazione a volte arriva dagli oggetti più impensati… Non credete?

20 DICEMBRE 2003: BOURGIE

la Bourgie di Ferruccio Laviani è stata prodotta da Kartell nel 2003. Questa lampada da tavolo trasparente in policarbonato è famosa per la sua linea barocca e il cappello plissé. A idearla fu proprio lo stesso art director dell’azienda di Noviglio, che venne ispirato da un polveroso apparecchio parcheggiato sulla sua scrivania, e da una canzone disco degli anni ’70 il cui ritornello ripeteva “tutti vogliono essere bourgie bourgie”, beffeggiando la borghesia wannabe. Laviani dice: “Ho avuto la fortuna di essere partito molto presto, molto giovane con una generazione più grande di me, da Castiglioni a Sottsass a De Lucchi e tutti mi hanno influenzato. Naturalmente c’è stato un bilanciamento di gusti fra questi maestri. Da una parte c’erano Sottsass e Mendini con il gruppo Memphis, più estremi, dall’altra Castiglioni e Magistretti, con una visione opposta. Io credo di essere il risultato di tutti questi incontri messi insieme con in più il mio carattere e le mie esperienze. I miei oggetti sono a volte anche uno il contrario dell’altro. C’è la Bourgie barocca e c’è la Taj, che è una semplice virgola di plastica.”

Vi aspetto con l’ultima decade!

THE DESIGN CAL: arrivano i mitici anni 90

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E arriviamo agli anni novanta, anni di transizione tra il design delle grandi icone e dei grandi designers e quello che sarà poi il design low-cost prodotto da grandi catene come Ikea. Sono anni in cui si vive un po di rendita da quanto arrivato dai decenni precedenti, anni in cui il regno dei grandi nomi come Starck, Graves, Arad, Maurer, e così via discorrendo inizia ad imporsi ed a dettare legge! Anni di leggerezza e ironia, pensiamo ai materiali ed alle forme che questi personaggi hanno creato e proposto… Erano anche gli anni economicamente più frivoli… Voi ve li ricordate gli anni 90? E cosa vi ricordate di quel periodo?

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13 DICEMBRE 1993: JUICY SALIF

Juicy Salif è uno spremiagrumi disegnato da Philippe Starck prodotto da Alessi a partire dal 1990, realizzato in alluminio pressofuso e lucidato. Considerato un’icona del industrial design, è stato esposto al Museum of Modern Art di New York.
Juicy ha una forma che ricorda quella di un ragno ma la sua principale caratteristica sta nell’assenza di un contenitore in cui raccogliere il succo, che è sostituito direttamente dal bicchiere…
Nel 2000, per il decennale, la Alessi ne ha prodotto una versione placcata in oro in edizione limitata da diecimila copie, mentre per il venticinquesimo ne son state prodotte due diverse versioni, una pressofusa interamente in bronzo in un numero limitatissimo di pezzi pari a 299 esemplari e una fusione di alluminio con rivestimento ceramico di colore bianco opaco.
Si può quasi definire un oggetto-scultura per l’originalità delle sue linee e per la grande differenza rispetto ai classici spremiagrumi. 
L’intuizione è nata davanti a un piatto di calamari durante un pranzo a Capraia: doveva presentare un nuovo vassoio ad Alberto Alessi, ma appena si rende conto che manca il limone per i calamari, Juicy Salif appare nella sua testa.
Philippe Starck ferma l’immagine su una tovaglietta di carta, come Vico Magistretti aveva fatto 25 anni prima su un biglietto della metropolitana con Eclisse. 
E una volta completato il progetto, l’ha persino infilata in una busta e spedita a Alberto Alessi, che, tra parentesi, attendeva da mesi il progetto di un vassoio (e assolutamente non si aspettava quello di uno spremiagrumi)!
E voi, avete mai avuto un’intuizione geniale?

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14 DICEMBRE 1993: BOOKWORM

Bookworm é una libreria flessibile progettata da Ron Arad per Kartell nel 1994.
La libreria era stata pensata in metallo, perché questo materiale consentiva una flessibilità e una resistenza per l’idea di progetto. Quindi, fino a quel momento Bookworm era stato una produzione limitata e solo per persone di nicchia. Ma grazie all’incontro con Kartell, azienda storica italiana di design specializzata nel campo della plastica, il mercato è diventato di massa e più accessibile, avendo anche un costo inferiore, perché passato alla produzione in tecnopolimero, materiale plastico con delle importanti caratteristiche.
Il nome deriva dalla forma dell’oggetto che ricorda un verme:appunto per questo gli è stato dato il nome di Bookworm, libro-verme: da una parte prende spunto dal tarlo del legno, dall‘altra riprende la forma serpentina dell’oggetto.
Nel 2015 è stata presentata una rivisitazione della libreria e questa nuova versione è stata chiamata Popworm.
IN questa versione cambia il materiale che è in PVC colorato e ritardante al fuoco, i colori disponibili sono turchese, nero, giallo fluo, fucsia e con fermalibri metallizzati dorati. Un’altra differenza è la forma dell’oggetto che nelle precedenti versioni non c’è, e che presenta una linea sinuosa e ondulata.

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15 DICEMBRE 1992: LUCELLINO

Questa lampada nasce nel 1992 per mano di Ingo Maurer, designer tedesco per la sua omonima ditta di produzione, ed è presente al MoMA di New York. Questa lampada è considerata una dei più bei pezzi di Maurer: il nome Lucellino, è un neologismo che parte dalle due parole luce e uccellino, che poi non sono altro che le componenti che incontrandosi danno vita a questa bellissima lampada. Materiali poveri, ironia e spensieratezza sono alla base del pensiero dietro questo prodotto, che unisce l’amore per il regno animale allo stile inconfondibile del suo brand. La sua filosofia si può riassumere in questa frase: “La luce” dice “non si può toccare, non ha sostanza, per questo cerco di essere leggero. Offrire sensazioni: questo il mio obiettivo”. Nel 2011 gli venne assegnato il Compasso d’Oro Associazione per il Disegno Industriale.

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16 DICEMBRE 1994: ANNA G. E ALESSANDRO M.

Il cavatappi Anna G è stat progettato da Alessandro Mendini nel 1994 per Alessi. La leggenda narra che il nome di questo oggetto sia quello di una donna reale, la designer e collaboratrice Anna Gili, il cui volto e la silhouette sono stati motivo ispiratore del cavatappi d’autore. Partendo dal classico cavatappi brevettato da Dominick Rosati, brevettato il primo aprile del 1930, con le migliorie di Tullio Campagnolo (imprenditore-produttore di componenti per biciclette) del 1966, che aveva modificato l’oggetto in modo da non forare la parte inferiore del tappo, evitando la caduta di pezzi di sughero all’interno della bottiglia, Mendini arriva a dargli una forma compiuta nel 1994… Nata in zamak, lega di zinco, alluminio, magnesio e rame, Anna G. ha generato fra il 1994 e il 2001 una famiglia di cavatappi di design colorati per la tavola e la cucina, anche in plastica. Non si contano le edizioni speciali, come la RED, realizzata per il Fondo Globale per la Lotta all’AIDS. Ovviamente il cavatappi Alessandro M. è l’autoritratto del autore, disegnato successivamente nel 2003… Mendini diceva che:“Un oggetto deve contenere un errore. Così lo si guarda con attenzione diversa, nasce un legame di sentimenti”.

Vi aspetto alla prossima decade…

THE DESIGN CAL: una passeggiata negli anni 80

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Arriviamo agli anni 80, dove si impongono sul mercato due grandi marchi: Alessi e Memphis Group; uno capitanato da Alberto Alessi, che sceglie proprio Mendini come consulente; l’altro fondato da Ettore Sottsass. Queste due grandi realtà contribuiscono alla nascita di una serie di grandi progettisti e designers… In questo periodo il Made in Italy, si consacra anche a livello internazionale (come Driade e Baleri Italia)! é anche il momento della spettacolarizzazione delle aziende con cataloghi e pubblicità che diventano il loro biglietto da visita, come le pubblicità della Benetton di Oliviero Toscanini.

9 DICEMBRE 1984: BIRKIN BAG

Una borsa, e quale borsa… una Birkin! Lei la borsa iconica per antonomasia… Perche nel calendario dell’avvento? Perché anche questo è un pezzo di storia del design, anche la moda è una forma d’arte e una declinazione del design! Ma di questa borsa è simpatico l’aneddoto di come è nata… L’attrice Jane Birkin (alla quale è ispirata la borsa) raccontò alla giornalista Dana Thomas la propria versione: nel 1984, durante un volo da Parigi a Londra, dove viaggiava anche Jean-Louis Dumas, lo stilista di Hermès, lei aprì la sua borsa di Hermès dalla quale cadde una moltitudine di fogli e appunti. Dumas allora prese la sua borsa e gliela restituì qualche settimana dopo, con l’aggiunta di una tasca (che da allora divenne standard). Jane Birkin raccontò a Dumas la propria difficoltà di trovare una borsa per il week-end, che fosse allo stesso tempo femminile e comoda. Jean-Louis Dumas fu talmente ispirato dalla storia di Jane Birkin che chiese a Jane di descrivergli la borsa che le serviva. Jane gli disse che voleva una borsa più grande della Kelly, ma più piccola della valigia di Serge. Per rendere l’idea dei suoi pensieri in modo che Jean-Louis capisse i suoi desideri, voleva fare uno schizzo ma mancavano le materie prime sul volo – in questo caso la carta – così disegnò il primo schizzo di una Birkin su un sacchetto per il mal d’aria fornito sull’aereo. Dopo aver visto questo schizzo, Jean-Louis Dumas decise che avrebbe realizzato la Birkin Bag. In base alla descrizione del suo ideale di borsa, Dumas ne realizzò il prototipo e gliela fece arrivare a casa… Ma secondo voi, ci sono borse iconiche moderne che potete considerare dei pezzi di design, così come la mitica Birkin?

10 DICEMBRE 1984: CONICA

La caffettiera Conica venne disegnata da Aldo Rossi per Alessi; Made in Italy Caffettiera espresso “La Conica” di Alessi in acciaio inossidabile 18/10 lucido con il fondo in rame, composta da un cilindro, diviso in due parti, che ne costituisce il corpo, e da un cono ad esso sovrapposto come coperchio (da cui il nome) culminante in una piccola sfera. Disegnata tra il 1980 e il 1983, questa caffettiera nasce come evoluzione dell’operazione “Tea&Coffee Piazza”, che aveva visto grandi architetti impegnati sul tema della progettazione di un servizio per caffè e tè. “Tea&Coffee Piazza” è il nome del progetto varato nel 1979 da Alessandro Mendini direttore artistico di Officina Alessi, il quale ha voluto coinvolgere architetti di fama internazionale nell’ideazione di pezzi di un set da tè e da caffè. L’intento era quello di far sì che architetti di fama internazionale si impegnassero in una ricerca personale intorno ad oggetti di uso quotidiano, come con il Bauhaus. Tra i vari architetti spicca la figura di Aldo Rossi (1931-1997), uno dei maggiori architetti del novecento, primo vincitore italiano del Premio Pritzker, il Nobel per l’architettura. Questa una delle prime incursioni nel mondo del design di Aldo Rossi, che in realtà non finiscono qui e direi fortunatamente… E voi, cosa ne dite di queste commistioni tra architettura e design, funzionano? Sarebbero da riproporre?

11 DICEMBRE 1985: HIP-HOP

L’orologio Hip Hop venne creato dal gruppo Binda nel 1985 (in realtà Marcello ed il fratello Simone avevano sviluppato questa idea per un altro brand); è il primo orologio monoblocco con cassa integrata al cinturino in gomma e profumato, diventato uno dei simboli degli anni 80 e poi rilanciato nel 2010. Hip-Hop, come la rivale di quegli anni, che era Swatch, come altri oggetti simbolo di quegli anni, hanno un design riconoscibile, sono facilmente individuabili ed hanno dettato la moda di quegli anni, nonostante siano ricordati per i loro lineamenti e non per chi li ha creati… Quest’anno è stata lanciata una Hip-Hop Watches challenge, che aveva l’intento di sviluppare nuovi modelli e nuove idee, rimanendo sempre fedele alla filosofia Hip-Hop: cinturino intercambiabile, colorato (e ovviamente profumato), easy to wear, flessibile, dinamico e giovane… E in questa challenge si sono sbizzarriti molti personaggi famosi un po di tutti gli ambienti! Lo slogan del nuovo Hip-Hop cita una famosa frase di Picasso: “I colori, come i lineamenti, seguono i cambiamenti delle emozioni”. la domanda che voglio girarvi è questa: ma degli oggetti di design che noi ricordiamo, quanti associamo a designers famosi? Quanti di questi oggetti sono diventati icone nonostante non ci sia dietro un nome che li connota in modo evidente? O meglio ancora, quanti sono diventati famosi nonostante i loro progettisti siano sconosciuti?

12 DICEMBRE 1985: BOLLITORE 9093

Nel 1985 Michael Graves disegna il bollitore 9093 per officine Alessi; per capirci, quello con l’uccellino rosso che twitta non appena l’acqua inizia a bollire… Anche lui assoldato da Alessandro Mendini per “Tea & Coffee Piazza”. Questo bollitore è generato da una grande contaminazione linguistica: ironia, un pò di Art Déco, suggestioni della Pop Art e dei cartoon. Il bollitore è realizzato in acciaio inox lucido, con forma troncoconica e manico circolare in tondino d’acciaio con salvamano in materiale plastico (PA) azzurro… E all’uscita dell’acque c’è lui, l’uccellino che fischia, pardon: twitta! che ne pensate di quest’oggetto, potrebbe far parte della vostra lista dei desideri?

Alla prossima decade…

THE DESIGN CAL: un tuffo negli anni 70

In evidenza

Proseguiamo la nostra passeggiata nel mondo degli oggetti di design ed arriviamo agli anni 70, che in realtà sono il proseguimento del periodo meraviglioso degli anni 60. questo è proprio il periodo di piena esplosione delle ditte produttrici; tutto questo porta al 1972 quando Emilio Ambasz (architetto e designer argentino) decide di organizzare al MoMA di New York la mostra “Italy: The New Domestic Landscape. Achievements and Problems of Italian Design”, con arredi, televisori, radio, giradischi e lampade. Abbiamo l’affermazione del design italiano nel mondo, ma non solo a livello di oggettistica, anche di arredamento! Nel 1973 è la volta della triennale che presenta la “Mostra internazionale dell’industrial design” curata da Ettore Sottsass e Andrea Branzi. Sono curiosa di capire dei prossimi oggetti che trovare nei feed, quanti ne avete voi in casa…

5 DICEMBRE 1970: SPECCHIO UNGHIA

Lo specchio da terra Unghia è stato creato nel 1970 da Rodolfo Bonetto per Bonetto Design ed è stato prodotto dal 1970 al 1979. Sicuramente Bonetto è ricordati per latri pezzi storici come il telefono a gettoni arancio delle cabine, ma ho sempre apprezzato molto l’intelligenza di questo specchio, che ricorda l’unghia di una donna e che, per le sue ridotte dimensioni (Ø 25 cm – H. 160 cm) è posizionabile ovunque, anche in piccoli spazi. E’ stato un colpo di fulmine la prima volta che l’ho visto da piccola e continuo ad apprezzarlo ora che ne capisco anche la funzionalità oltre che l’estetica. E voi, avete un oggetto che vi ha colpito al cuore? o, come me, ne avete più di uno?

6 DICEMBRE 1973: SCIANGAI

L’appendiabiti Sciangai è stato creato nel 1973 e prodotto nel 1974 De Pas, D’Urbino, Lomazzi per l’azienda italiana d’arredamento Zanotta, e diventato poi compasso d’oro nel 1979: insomma, un fuoriclasse! «Gli oggetti devono entrare in un rapporto di simpatia con chi li usa ed essere facili da usare», spiega Paolo Lomazzi in un’intervista televisiva per la Rai. «Oggetti d’uso quotidiano, domestici e posso dire degli oggetti affettuosi». Questa è stat l’ispirazione per Sciangai: l’omonimo gioco da tavolo cinese! E credo che ci siano proprio riusciti! Ma voi da dove prendete ispirazione?

7 DICEMBRE 1970: LAMPADA TIZIO

La lampada Tizio è stata creata da Richard Sapper nel 1972 per l’azienda italiana Artemide, La Tizio diventerà una delle lampade più vendute al mondo e, contestualmente, oggetto di culto. Nel 1970, Gismondi (co-fondatore di Artemide) propose a Sapper di disegnare una lampada da scrivania. La lampada Tizio fu sviluppata a partire da una loro conversazione: il nome “Tizio” è stato suggerito proprio da Gismondi, perché pensava di riuscire a convincere Tizio, Caio e Sempronio con questa lampada, e quindi di poter soddisfare chiunque… Sapper dice: “Volevo una lampada da disegno che avesse un ampio raggio di movimento, e che, nonostante questa caratteristica, fosse poco ingombrante”. Secondo voi è riuscito nella sua impresa?

8 DICEMBRE 1978: POLTRONA PROUST

La poltrona Proust è stata creata da Alessandro Medini con l’artista Franco Migliaccio nel 1978 per l’azienda italiana Cappellini. In un viaggio in Veneto viene trovata una poltrona in stile settecentesco, la cui struttura è decorata a mano a pennello in colori acrilici, assieme al tessuto, con una texture ripresa da alcuni particolari dei quadri di Paul Signac; in realtà, già nel 1976 Mendini aveva iniziato a pensare alla realizzazione di un “tessuto Proust”, un tessuto ispiratoalle correnti etterarie ed pittoriche (impressionismo, divisionismo e puntinismo) legate proprio allo scrittore francese. Negli anni successivi ne vengono realizzate varie, tutte a mano e personalmente controllate da Mendini, che ne ha anche firmate alcune, una quindicina. Dopo una breve interruzione, dovuta all’impossibilità di Mendini di sovrintendere ad ogni pezzo, nel 1989 riprende la produzione. Da allora la produzione è continuata, anche con singole poltrone realizzate in materiali diversi come bronzo e ceramica, marmo. Da alcuni anni è Claudia Mendini, nipote di Alessandro, a dipingere le singole poltrone, ed è sempre restata in collaborazione e supervisionata dallo zio fino alla morte di Mendini.

THE DESIGN CAL: si parte dagli anni 60!

In evidenza

In primis, mi scuso per la latitanza di queste settimane; purtroppo tanti progetti e poco tempo per realizzarli. Ma eccomi qui, con una serie di suggerimenti e consigli per degli oggetti di design con cui ho costruito un mio personale calendario dell’avvento fatto esclusivamente da chicche di design. Per chi mi segue su Instagram sa che dal Primo di dicembre abbiamo iniziato ad aprire le caselline del calendario dell’avvento del design, partendo dagli anni sessanta e percorrendoli fino ai giorni d’oggi; lo abbiamo chiamato THE DESIGN CAL (citazione molto presuntuosa, ma gli oggetti che ho scelto meritano questo e altro…).

I primi 4 giorni sono stati dedicati agli anni 60, i secondi 4 agli anni 70 e così via…

Partiamo da lontano, ma non troppo; partiamo dal periodo d’oro del design italiano! Gli anni sessanta hanno segnato un periodo importante di sperimentazione e fermento culturale ed artistico… Abbiamo avuto grandi nomi e grandi idee, grandi oggetti e grandi sperimentazioni. Abbiamo avuto chi non ha avuto paura di lanciarsi e sperimentare, di rompere la monotonia della quotidianità, di osare rischiando di sembrare folle! Si arrivava dalla crisi del dopoguerra, economica e culturale: eppure qualcuno ci ha visto un’opportunità!

Qui a seguire i 4 oggetti.

1° DICEMBRE 1967: NESSO/NESSINO

Nesso è una lampada disegnata da Giancarlo Mattioli con il Gruppo Architetti Urbanisti Città Nuova nel 1965 per un concorso che vinse, dove erano presenti Artemide e la rivista Domus; è una delle prime lampade in resina ABS stampata ad iniezione e venne prodotta nel 1967; ovviamente una lampada così iconica non può che essere presente al MOMA di New York. La lampada Nesso incarna esattamente lo stile italiano degli anni Sessanta sia per l’uso dei materiali che nel suo uso del colore: all’epoca infatti l’arancione brillante e il bianco erano i colori predominanti di tutti gli oggetti di plastica. E’ una lampada completamente versatile, da ta volo e da parete, per zona giorno, notte, bagni, con stili moderni o classici: è un vero e proprio passe-partout! E tu, dove la utilizzeresti?

2 DICEMBRE 1960: SEDIA PANTON CHAIR

Disegnata per Vita da Verner Panton nel 1960, la sedia Panton è la prima sedia al mondo in plastica stampata ed è considerata uno dei capolavori del design danese. La sedia è stata inclusa nel Canon Cultura danese del 2006. Anche in questo caso il trionfo di plastica e colori forti sono un must; è complemento che può essere posizionato ovunque, e valorizza qualsiasi tipo di arredamento ed esiste in varie versioni, per i più grandi e per i piccini… Ma voi,dove la posizionereste?

3 DICEMBRE 1967: BABEL 02/03

Il mobiletto Babel 02 è stato creato nel 1967 dalla designer italiana Anna Castelli per Kartell ed è tuttora considerato una delle opere più emblematiche del Modernismo. Una delle sue caratteristiche è la struttura in un unico pezzo formato da 3 blocchi uniti tra loro, è fabbricato in plastica ABS, un materiale forte e duraturo ed è dotato di ante scorrevoli. È versatile, pratico e molto originale: ideale per sale da pranzo, stanze da letto, bagni, uffici… tu dove lo metteresti?

4 DICEMBRE 1962: BRIONVEGA CUBO TS522

Il modello Radio Cubo ts522 è stata disegnata nel 1962 da Marco Zanuso e Richard Sapper per Brionvega. Esemplari di questa radio sono esposti stabilmente al MOMA di New York e ai musei di arte moderna di La Jolla, Osaka e San Paolo. I designer erano partiti dall’idea di integrare l’oggetto nell’ambiente domestico, facendola divenire protagonista dell’ambiente: un oggetto colorato, in linea con le produzioni del momento, con una forma mai vista prima. Frutto di una continua ricerca da parte dell’azienda , la ts 522 è diventata presto in tutto il mondo sinonimo di radio portatile. Conosciuta da sempre con il nome di “Cubo”, presenta un design accattivante. Non un oggetto statico e autoreferenziale, ma leggero, portatile e con un carattere divertente e innovativo, anche nei materiali utilizzati…

A breve vi aspetto con i prossimi 4 oggetti!

CERSAIE 2019: la rivincita delle geometrie… e non solo!

In evidenza

Eccoci qui a fare un riassunto di quella che è stata la fiera più interessante della ceramica degli ultimi anni: prima di tutto bravi gli organizzatori che hanno implementato il discorso social per rendere più visibile al pubblico le tante e bellissime novità presenti e, partiamo subito con un consiglio, continuate a seguirli sul loro profilo per prendere spunto anche durante l’anno, se avete perso o dimenticato qualcosa. Interessante la modalità di coinvolgere blogger del settore per fare un reportage accurato e sfaccettato, ognuno di loro ci ha riportato la personale visione della fiera, rendendo la visione d’insieme molto più completa e diversificata… Ho scoperto molti professionisti interessanti che hanno contribuito con il loro personale punto di vista a sviluppare l’idea che mi sono fatta di questa fiera.

Il gusto delle persone si sta modificando e la gente sta passando dal periodo minimal, anche un po monocorda e monotematico; arriviamo da un periodo di crisi economica ma anche psicologica che è durato a lungo e le persone probabilmente sono stanche di questa austerity visiva, vogliono cambiare, sperimentare, cercano il colore, cercano il movimento e le aziende del settore hanno percepito questa ventata di voglia di cambiamento, proponendo una serie di tematiche varie e variabili… Ancora probabilmente in divenire, ma sulla strada del cambiamento.

Tra i vari temi proposti, le tematiche che più ho trovato ricorrenti ed interessanti sono varie; partiamo con la carrellata e bando alle ciancie… Agevoliamo le foto!

FORME 3D

Piastrelle con geometrie in rilievo, che diventano visivamente importanti, che creano un movimento molto forte e deciso all’interno della stanza. Il bagno riprende una posizione centrale nella casa e questo tipo di geometrie necessitano molta luce in movimento per creare giochi variabili durante la giornata.

COLORE TERRACOTTA

Il terracotta è un colore che sta tornando sia nel settore dell’architettura che dell’abbigliamento, molti direbbero che è fashion: io dico che mi scalda il cuore! E finalmente trovo un colore deciso ed importante che domina un ambiente, da sempre caratterizzato da colori pastello (i famosi colorini: rosino, azzurrino, verdino… Comunque uno dei bagni di casa mia è begiolino quindi non sono stata nemmeno io immunizzata dai colori neutri); è un colore che si ama o si odia, non concede vie di mezzo; anche qui richiede luce e di essere capito nelle sue sfumature e permette di aprire un mondo di possibilità! Non è stato pensato per ricoprire tutta la parete, ma ormai il tutt’altezza è solo un ricordo del passato…

GEOMETRIE NEI DISEGNI (Pattern sempre più geometrici)

Le geometrie che ho visto mi ricordano moltissimo le geometrie del passato, sia come disegni che come formati, vedo molto gli anni settanta e ottanta ritornare a proporsi ed imporsi; la musica di quegli anni sta spopolando nelle discoteche che fanno revival… Non potevamo escludere nemmeno l’architettura e l’arredamento in questo caso!

GRANDI FORMATI

Una cosa che mi ha colpito molto è l’utilizzo di questi grandi formati che personalmente amo nel loro effetto finale, ma, come avevo già scritto in IG, trovo un po difficili nella gestione e nel costo per la VNP… Posare, acquistare una piastrella di grande formato come queste, è un costo sostenibile?!?! E’ una domanda che rivolgo ai produttori che l’hanno proposta… 

GRES MULTIFUNZIONALE (NON SOLO BAGNO)

Abbiamo assistito all’utilizzo del gres in vari angoli della casa: dal soggiorno, alla camera, all’angolo studio… Le presentazioni sono molto scenografiche e permettono, con un semplice rivestimento di dare una nuova vita e una nuova luce all’ambiente in cui vengono posate. 

CARTA DA PARATI ANCHE IN BAGNO

Mentre il gres si appropria di vari angoli della casa, la carta da parati entra in bagno e non entra solo su pareti lontane dall’acqua, ma arriva ad entrare nei box doccia, sullo schienale dei lavelli… L’acqua diventa un elemento di completamento visivo. Inutile dirlo che anche qui l’esplosione di colori è incredibile, da geometrie e floreali ad immagini esotiche… La carta da parate scatena la fantasia dei creativi e dei disegnatori!

GRES MATERICO (TATTILE perché UTILIZZIAMO DI Più IL SENSO DEL TATTO?!?!)

Si dice che da quando sia entrato nella nostra società l’utilizzo dei cellulari touch-screen, il nostro senso del tatto si sia ulteriormente sviluppato e la nostra ricerca di sensorialità di questo senso si sia ulteriormente incrementata! A questo hanno risposto le aziende i ceramica, introducendo un elemento sensoriale che, fino a qualche anno fa, anche quando proposto, non aveva avuto grande riscontro… L’effetto tessuto era già stato sdoganato da aziende una quindicina di anni fa ma non aveva avuto molto riscontro! Ora sembra essere visto sotto un’altra luce… L’alba di un nuovo risveglio?!?!

DOPPIA PROFONDITA CON 2 PIASTRETTE DIVERSE O MATERIALI DIVERSI

Questo è l’elemento che più mi ha colpito in questa fiera, perché permette giochi visivi e cromatici inaspettati, inserendo alcuni degli elementi precedenti in varie modalità; sono stati presentati elementi strutturali con doppia profondità, dietro i quali spesso è stata installata una luce per evidenziare il fatto che erano staccati. A questi doppi elementi sono stati posati materiali diversi, con effetti diversi, a volte in contrasto a volte dissonanti e a volte in sintonia completa…

PALLADIANA

Ritorno ai materiali nobili che vengono rivisti e rivisitati… Come la palladiana che viene ridisegnata in chiave moderna!

COLORE COLORE COLORE

Il colore ha finalmente fatto capolino durante questa fiera, diciamo che non è stato il carattere dominante della fiera ma è stato uno degli ingredienti principali del piatto. La curiosità di vedere come si evolverà nei prossimi anni rimane l’incognita che ci porterà il possiamo anno a riscoprire questa grande fiera!

Qui sotto un po di dettagli che ho trovato molto interessanti, e c’è veramente un po di tutto: da colori che amo molto a forme a materiali che mi hanno colpito, a nuove idee e tecnologie… Diciamo la mia TOP TEN!

Nuovo colore 2020: e tu di che colore sei?

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Sento che vi domandate: cosa vuol dire essere un colore? Il colore è il tocco dell’occhio, la musica dei sordi, un grido nel buio.
(Orhan Pamuk)

Settembre è sempre un mese di ripartente: ricominciano le scuole, si rientra dopo il lavoro, inizia la stagione fieristica, ci sono le Fashion Weeks sparse per il mondo… E, per il mondo dell’architettura c’è anche il grande annuncio del colore dell’anno successivo.

Per chi ha a che fare con questo ambito è un annuncio molto importante; si tratta delle nuove tendenze colore per l’architettura dettate da Dulux (@duluxk), definite dal centro di ricerca Global Aesthetic Centre di AkzoNobel.

Facciamo un passo indietro: il Global Aesthetic Center è un centro che conduce da 27 anni l’analisi dell’andamento del colore, la ricerca e il design del colore e la direzione artistica di AkzoNobel. Il direttore creativo è Heleen van Gent e il centro ha sede nei Paesi Bassi.

Il lavoro di questo incredibile team, che comprende anche un gruppo di esperti esterni da tutto il mondo (designer del colore, meteorologi, specialisti del design, architetti e redattori), è quello di identificare il colore dell’anno che rifletta al meglio l’attuale clima culturale e umore globale e sviluppare le sue quattro tavolozze di supporto, trasformare l’analisi globale delle tendenze in colori delle vernici e mostrare il loro potenziale di progettazione in modo da ispirare i consumatori di tutto il mondo.

Ciò che hanno partorito è: TRANQUIL DAWN (alba tranquilla).

La ricerca di questo colore ha portato questa considerazione da parte degli esperti nella loro scelta:”Tranquil Dawn riflette un crescente desiderio di capire cosa significa essere umani in un momento in cui i progressi della tecnologia ci stanno facendo sentire sempre più disconnessi gli uni dagli altri”.

La Dulux ritiene che gli sviluppi tecnologici tanno rendendo l’esperienza umana sempre più difficile e caotica e e che l’uomo stia desiderando sempre più di capire cosa ci rende realmente umani, dove e cosa siamo nella società.

Marianne Shillingford ha aggiunto: “Un nuovo decennio preannuncia una nuova alba e le sfumature di verde di Tranquil Dawn sono calmanti e confortanti, proprio quando ne abbiamo più bisogno nella nostra vita.”

Questo verde è una tonalità rilassante e accogliente, che si abbina meravigliosamente bene ai colori della terra ed ai colori neutri e persino ad alcuni colori pastello tenui. Non è un colere che determina uno stile particolare, ma è un colore che trasversalmente attraversa tutti gli stili ed è utilizzabile in moltissime declinazioni. Allora andiamo a scoprire cosa hanno pensato per noi.

Dulux ha creato 4 palette di colori che ruotano intorno a questa new entry, che sono: Care, Creativity, Meaning, Play.

PALETTE CARE: la tavolozza della cura

"Questa palette," dice Shillingford, è “una miscela calda e invitante e meno esigente della tua attenzione, quindi colori che lavorano insieme senza sforzo. Questo crea una zona rilassante, energizzante in un modo molto delicato", aggiunge.

Quindi dalle tonalità sabbia ai colori pastello che la compongono vi è la promessa di portare energia positiva e benessere nella nostra casa o nel nostro mondo. Per completare gli ambienti, lavorate con materiali naturali (legno, pietra, tessuti naturali) ed elementi green (piante, oggetti in bambù…).

PALETTE CREATIVITY: la tavolozza della creatività

"Questo è molto forte, audace e un pò più terroso, un po' più creativo", spiega Shillingford. "È un palato ideale se hai un mix eclettico di mobili, ad esempio un divano di tua nonna e una sedia moderna di metà secolo. Questa palette disegnerà tutto insieme e lo ancorerà."

Questa palette è quella che più di tutte crea un collegamento con i colori presentati precedentemente e che da la possibilità agli ambienti di creare un collegamento tra presente e passato. I toni si fanno caldi, ricchi e preziosi e il Tranquil Dawn ha la finzione di armonizzare e riequilibrare il tutto.

PALETTE MEANING: la tavolozza dei significati

"Questo comprende i neutri che funzionano quasi dal nero al grigio più pallido", spiega Shillingford. “Questi possono creare spazi pacifici e contemplativi, che sono anche senza sforzo eleganti e lussuosi. È una palette molto semplice, minimizzata, ispirata all'alba di una fredda giornata invernale."

Questa palette viaggia su toni neutri e minimalisti; sito tra i toni polverosi, che aiutano a riportare tranquillità e serenità in contrasto con il caos del mondo esterno.

PALETTE PLAY: la tavolozza del gioco

"Questa è una tavolozza per uno spazio più corroborante ed energizzante", afferma Shillingford. "È sicuramente per le persone che sono più sicure con il colore, poiché ci sono sfumature davvero sorprendenti che spuntano. Morbido e gessoso Tranquil Dawn tiene insieme gli altri colori e porta un equilibrio adulto in uno spazio giocoso."

Una palette decisamente diversa, dai toni grafici, vivaci, graffianti e energizzanti al tempo stesso, resa più intensa dalla presenza del nero, che unito al nostro Tranquil Dawn crea definizione e armonia.

Qui sotto qualche ulteriore ambientazione per darvi qualche ulteriore spunto… Il distributore italiano per questi prodotti é Sikkens!

A questo punto non ci resta che agire se questo è un colore che è nelle nostre corde e cominciare a colorare e immergerci in una tranquilla alba…Ad ogni modo vi lascio con una foto del negozio di Alex’s Dream (@_alexs_dream), che già da anni si era innamorata ed aveva fatto suo questo colore! Scoprite voi a quale tavolozza appartiene…

Ricordate però che quando nacquero i Beatles e i Rolling Stone, questi due gruppi non conoscevano la rivalità che c’è tra Dulux e Pantone… E a dicembre vedremo che cosa hanno pensato quelli di Pantone! A voi decidere a che gruppo appartenete: chi sono gli uni e chi gli altri… E buon colore a tutti!

Flatiron building of Manhattan

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“Non fare piccoli progetti, non hanno magia per far ribollire il sangue di un uomo… Fai progetti grandi, mira in alto nelle speranze e nel lavoro.” (Arc. Danile H. Burnham)

Se devo pensare a delle strutture pre belliche che hanno caratterizzato New York nei primi 40 anni del 1900 la mente va a all’Empire State Building (di cui abbiamo già parlato), la statua della Libertà, ed il Fuller Building. Il Fuller Building è l’edificio più riconoscibile di New York, nessuno può non averlo visto in foto o in uno dei tantissimi film girati nei suoi pressi! Pensate che in fase costruttiva viene addirittura battezzato “la follia di Burnham” (l’architetto che lo ha progettato e inventato) e poi, dopo averlo visto finalmente in piedi, viene ribattezzato Flatiron Building (che significa edificio a forma di ferro da stiro); questo capolavoro viene costruito nel 1902 dall’omonima ditta che aveva l’ambiziosa idea di creare un nuovo polo finanziario tipo Wall Street (ma ciò non successe) ed è uno dei più conosciuti e fotografati edifici di New York.

È alto 86,9 metri ed ha 22 piani. La punta dell’edifico è larga solamente 2 metri, mentre la lunghezza è di 87 metri. L’edificio si trova a Manahattan su un’area triangolare, all’incrocio tra la Fifth avenue, la 23a strada e la Brodway che formano un angolo acuto (una delle poche vive in diagonale di tutta la città costruita con un altra trama urbanistica a griglia) ed è stato progettato dall’architetto Daneil Burnham di Chicago. L’area venne acquistata nel 1857 da Mr. Amos Eno per 30.000 $, ma subì vari passaggi di proprietà fino all’acquisizione da parte della società Fuller da parte del allora amministratore Henry S. Black, che lo volle intitolare in memoria del fondatore dell’omonima società. E volle che i tempi fossero molto stretti: infatti, la costruzione fu molto rapida. Ogni settimana veniva completato un piano e, una volta montata la struttura interna in acciaio, il Flatiron Building venne completato in soli 4 mesi.

L’edificio fu, fin da subito oggetto di grandi diatribe… Nel 1902 era effettivamente l’edificio più alto (fino al 1909, con la creazione del Metropolitan Life Tower) ed innovativo di New York, per stile e struttura in acciaio! Sembra sia addirittura il primo vero grattacielo di New York, considerato tale, ma su questa definizione vi sono pareri contrastanti! I newyorkesi furono da subito incuriositi dal l’edificio che trovavano innovativo ed avveniristico ed ambizioso e maestoso, e fu motivo di scommesse su quanto avrebbero resistito e quando sarebbe crollato, sia in fase costruttiva che successivamente. Le raffiche di vento in quella zona, specialmente dove sorge il Flatiron, sono particolarmente forti. La forma triangolare fece da subito coniare il soprannome di ferro da stiro (Flatiron, appunto) e questo portò a cambiare nome all’edifico ed anche all’area circostante che venne chiamata Flatiron District (sona molto dinamica e ricca di attrazioni e curiosità). Alcuni pensano assomigli invece alla prua di una nave che staglia i venti e si proietta verso il furto… In modo molto romantico!

Lo stile dell’edificio è neorinascimentale ovvero stile Beaux-Arts ed l’edificio é ancora in uso, con utilizzo commerciale (all’interno troviamo uffici ed appartamenti). Questo stile di costruzione, dove venivano abbinati motivi gotici e rinascimentale, è uno stile tipico di questo periodo a cavallo del novecento; i finanziatori di questi edifici, sentendosi un po’ come dei mecenati del passato, commissionavano questi edifici, attingendo a stili passati che potessero celebrare i loro fasti! Gli angoli arrotondati dell’edificio sono stati arrotondati per dare l’idea che l’edificio avesse le forme di una colonna greca da alcuni punti; infatti, il suo sviluppo è tipico di questa forma: base (a livello strada di 5 piani, in materiale calcareo), corpo centrale (14 piani in terracotta e pietra calcarea mixati tra loro) e capitello (con finestre ad arco, chiuso da un cornicione finemente ricamato e decorato). Ovviamente la struttura in acciaio rendeva più agevole la lavorazione in verticale, specialmente per un edificio di queste dimensioni. La superficie è completamente rivestita da pannelli in terracotta e pietra calcarea alternata a finestre di dimensioni importanti, in special modo quelle dell’ultimo piano che arrivano addirittura al tetto. L’edificio non è visitabile e nel 2009 è stato acquisito da un fondo italiano che si chiama Sorgente GROUP SPA (che ne ha realizzato anche una bellissima galleria fotografica on line: PHOTOGALLERY). Il Flatiron fu uno dei primi edifici a New York con ascensori elettrici (anche se i primi effettivamente erano alimentati ad acqua e ci impiegavano mezzora per raggiungere l’ultimo piano) e dotato di un sistema antincendio e centrale termica.

Una particolarità dovuta alle correnti di questa zona è che gruppi di uomini si riunivano di fronte all’edificio per poter vedere le gambe delle donne, che venivano scoperte dall’estero correnti di aria ascensionale che ne creava il fenomeno. per fermare questo fenomeno furono fatti intervenire poliziotti che, urlavano “23 Skidoo”, per allontanare i guardoni (grido che è rimasto nel gergo newyorkese); le vittime però non erano solamente le donne: anche tanti uomini perdevano il proprio cappello e per questo, alla fermata della metropolitana sulla 23rd Street è dipinto un cappello che vola!

Altra particolarità è che per aggiungerei l’ultimo piano bisogna cambiare 2 ascensori in quanto l’ultimo piano è stato aggiunto nel 1905; inoltre, poiché non sono stati pensati i bagni per uomini e donne, ma solo per uomini, in fase di successiva ristrutturazione, a piani alterni sono stati dedicati agli uni ed alle altre i bagni, quindi dovete sperare di essere nel piano giusto per poter correre in bagno…

La vista al 20° piano è bella solo se… Si sta seduti. Infatti, in questo piano le finestre restano praticamente ad altezza petto e quindi basta alzarsi in piedi per non vedere più nulla.

Un libro molto carino scritto nel 2008 a cura della casa editrice Leonardo è “THE WORLD’S FIRST STEEL FRAME SKYSCRAPER – il primo grattacielo in acciaio al mondo” scritto in 2 lingue, italiano ed inglese.

Il fascino di questo edifico catturò anche reporter del calibro di Edward Steichen e Alfred Stieglitz, che lo immortalarono in scatti memorabili (sotto due scatti della loro mostra).

Che dire, il fascino di questo edificio avanguardistico ha sempre il suo perché, e continua a mietere vittime e curiosi tra turisti e passanti. Siete rimasti affascinati anche voi da questo edificio fortunato? Alla prossima…

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Young View: second Chance, second life!

Le opportunità arrivano raramente. Quando piove oro, mettete fuori il secchio, non il cucchiaio. (Warren Buffett)

Ciò in cui l’essere umano eccelle di più nel fare è sbagliare. Tutti nella nostra vita abbiamo commesso un passo falso, per poi rendercene conto troppo tardi, e sarebbe da ipocriti tentare di provare il contrario. Basta una parola di troppo per ferire una persona, un silenzio assordante per distruggerla. Ci si saluta con l’amaro in bocca e con mille cose da dire, ma nessuna sembra adatta a distruggere quel muro di forse, di se e di ma. E se per sbaglio un giorno gli sguardi si incrociano di nuovo, dai lati opposti della stessa stanza, non si può fare a meno di pensare a quando la distanza era sufficiente per due respiri. Sbagliare è inevitabile e le conseguenze si ripercuotono su entrambi. Eppure, nonostante spesso siano la fierezza e la rabbia a prevalere sul resto, ci sono delle situazioni in cui bisognerebbe lasciare da parte l’orgoglio. Dovremmo imparare a riflettere di più su ciò che proviamo, per distinguere tra cosa ha bisogno la nostra mente e cosa vuole, desidera il nostro cuore. L’unico problema è che troppo spesso, l’uno non coincide con l’altro. Bisogna trovare il coraggio di agire anche quando le parole non si trovano e le spiegazioni non bastano, quando si ha paura di esporsi a qualcosa di rischioso. Nonostante sia proprio il timore di mostrare quello che si pensa realmente che ci trattiene, che ci fa perdere le opportunità e che ci fa pentire di aver agito in un determinato modo. Se solo fossimo capaci di perdonarci come i bambini, che con un abbraccio sono in grado di scaldare il cuore del più crudele degli uomini. Diciamoci la verità, dare una seconda chance non è mai una decisione semplice da prendere. Bisogna considerare fin troppe cose prima di dare una sentenza finale, troppe frasi lasciate a metà e troppi pensieri mai espressi. È necessario guardare in faccia la realtà e saper distinguere ciò che fa bene al cuore e ciò che  fa male, anche se a volte è difficile accettarlo, capire quanto valga la pena di porgere l’altra guancia e ricominciare da zero. Spesso tendiamo a sacrificare la nostra felicità per quella degli altri, per l’affetto che proviamo o per l’abitudine, ed in certi casi è necessario mettere l’amor proprio davanti a quello degli altri. Sopravvive sempre quella parte di noi che ci dice di perdonare, di lasciarci alle spalle la delusione e di dare un’altra opportunità a chi ci ha feriti ed è cambiato e perché no, a  volte anche a noi stessi. Ad esempio, quanto spesso ci siamo guardati allo specchio ed abbiamo pensato di voler essere qualcun altro, anche solo per ventiquattro ore? Quanti giorni ci siamo odiati per il nostro carattere, per il nostro modo di fare e di essere? Ecco, anche noi meritiamo di darci una seconda chance, per tutte le volte in cui non abbiamo creduto abbastanza in quello che facciamo e non ci siamo sentiti all’altezza. Diamoci una seconda possibilità perché tutti ci meritiamo di sorridere, di guardare dentro di noi ed essere contenti di chi siamo diventati: non è mai troppo tardi per provarci. Prendiamo come esempio i vecchi edifici abbandonati, pezzi di storia lasciati alla loro rovina dopo decenni di gloria: anche se sono deteriorati dal tempo e rovinati dalla natura, è pur sempre possibile farli tornare allo splendore di un tempo. Nonostante sembri impossibile all’apparenza, c’è sempre tempo per rimediare ad uno sbaglio e per ricominciare da capo, partendo dalle fondamenta e dalle vecchie mura del nostro cuore. A volte, prima di dare una seconda chance agli altri, dovremmo cercare di ricominciare da noi stessi. 

Aurora N.