Flatiron building of Manhattan

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“Non fare piccoli progetti, non hanno magia per far ribollire il sangue di un uomo… Fai progetti grandi, mira in alto nelle speranze e nel lavoro.” (Arc. Danile H. Burnham)

Se devo pensare a delle strutture pre belliche che hanno caratterizzato New York nei primi 40 anni del 1900 la mente va a all’Empire State Building (di cui abbiamo già parlato), la statua della Libertà, ed il Fuller Building. Il Fuller Building è l’edificio più riconoscibile di New York, nessuno può non averlo visto in foto o in uno dei tantissimi film girati nei suoi pressi! Pensate che in fase costruttiva viene addirittura battezzato “la follia di Burnham” (l’architetto che lo ha progettato e inventato) e poi, dopo averlo visto finalmente in piedi, viene ribattezzato Flatiron Building (che significa edificio a forma di ferro da stiro); questo capolavoro viene costruito nel 1902 dall’omonima ditta che aveva l’ambiziosa idea di creare un nuovo polo finanziario tipo Wall Street (ma ciò non successe) ed è uno dei più conosciuti e fotografati edifici di New York.

È alto 86,9 metri ed ha 22 piani. La punta dell’edifico è larga solamente 2 metri, mentre la lunghezza è di 87 metri. L’edificio si trova a Manahattan su un’area triangolare, all’incrocio tra la Fifth avenue, la 23a strada e la Brodway che formano un angolo acuto (una delle poche vive in diagonale di tutta la città costruita con un altra trama urbanistica a griglia) ed è stato progettato dall’architetto Daneil Burnham di Chicago. L’area venne acquistata nel 1857 da Mr. Amos Eno per 30.000 $, ma subì vari passaggi di proprietà fino all’acquisizione da parte della società Fuller da parte del allora amministratore Henry S. Black, che lo volle intitolare in memoria del fondatore dell’omonima società. E volle che i tempi fossero molto stretti: infatti, la costruzione fu molto rapida. Ogni settimana veniva completato un piano e, una volta montata la struttura interna in acciaio, il Flatiron Building venne completato in soli 4 mesi.

L’edificio fu, fin da subito oggetto di grandi diatribe… Nel 1902 era effettivamente l’edificio più alto (fino al 1909, con la creazione del Metropolitan Life Tower) ed innovativo di New York, per stile e struttura in acciaio! Sembra sia addirittura il primo vero grattacielo di New York, considerato tale, ma su questa definizione vi sono pareri contrastanti! I newyorkesi furono da subito incuriositi dal l’edificio che trovavano innovativo ed avveniristico ed ambizioso e maestoso, e fu motivo di scommesse su quanto avrebbero resistito e quando sarebbe crollato, sia in fase costruttiva che successivamente. Le raffiche di vento in quella zona, specialmente dove sorge il Flatiron, sono particolarmente forti. La forma triangolare fece da subito coniare il soprannome di ferro da stiro (Flatiron, appunto) e questo portò a cambiare nome all’edifico ed anche all’area circostante che venne chiamata Flatiron District (sona molto dinamica e ricca di attrazioni e curiosità). Alcuni pensano assomigli invece alla prua di una nave che staglia i venti e si proietta verso il furto… In modo molto romantico!

Lo stile dell’edificio è neorinascimentale ovvero stile Beaux-Arts ed l’edificio é ancora in uso, con utilizzo commerciale (all’interno troviamo uffici ed appartamenti). Questo stile di costruzione, dove venivano abbinati motivi gotici e rinascimentale, è uno stile tipico di questo periodo a cavallo del novecento; i finanziatori di questi edifici, sentendosi un po’ come dei mecenati del passato, commissionavano questi edifici, attingendo a stili passati che potessero celebrare i loro fasti! Gli angoli arrotondati dell’edificio sono stati arrotondati per dare l’idea che l’edificio avesse le forme di una colonna greca da alcuni punti; infatti, il suo sviluppo è tipico di questa forma: base (a livello strada di 5 piani, in materiale calcareo), corpo centrale (14 piani in terracotta e pietra calcarea mixati tra loro) e capitello (con finestre ad arco, chiuso da un cornicione finemente ricamato e decorato). Ovviamente la struttura in acciaio rendeva più agevole la lavorazione in verticale, specialmente per un edificio di queste dimensioni. La superficie è completamente rivestita da pannelli in terracotta e pietra calcarea alternata a finestre di dimensioni importanti, in special modo quelle dell’ultimo piano che arrivano addirittura al tetto. L’edificio non è visitabile e nel 2009 è stato acquisito da un fondo italiano che si chiama Sorgente GROUP SPA (che ne ha realizzato anche una bellissima galleria fotografica on line: PHOTOGALLERY). Il Flatiron fu uno dei primi edifici a New York con ascensori elettrici (anche se i primi effettivamente erano alimentati ad acqua e ci impiegavano mezzora per raggiungere l’ultimo piano) e dotato di un sistema antincendio e centrale termica.

Una particolarità dovuta alle correnti di questa zona è che gruppi di uomini si riunivano di fronte all’edificio per poter vedere le gambe delle donne, che venivano scoperte dall’estero correnti di aria ascensionale che ne creava il fenomeno. per fermare questo fenomeno furono fatti intervenire poliziotti che, urlavano “23 Skidoo”, per allontanare i guardoni (grido che è rimasto nel gergo newyorkese); le vittime però non erano solamente le donne: anche tanti uomini perdevano il proprio cappello e per questo, alla fermata della metropolitana sulla 23rd Street è dipinto un cappello che vola!

Altra particolarità è che per aggiungerei l’ultimo piano bisogna cambiare 2 ascensori in quanto l’ultimo piano è stato aggiunto nel 1905; inoltre, poiché non sono stati pensati i bagni per uomini e donne, ma solo per uomini, in fase di successiva ristrutturazione, a piani alterni sono stati dedicati agli uni ed alle altre i bagni, quindi dovete sperare di essere nel piano giusto per poter correre in bagno…

La vista al 20° piano è bella solo se… Si sta seduti. Infatti, in questo piano le finestre restano praticamente ad altezza petto e quindi basta alzarsi in piedi per non vedere più nulla.

Un libro molto carino scritto nel 2008 a cura della casa editrice Leonardo è “THE WORLD’S FIRST STEEL FRAME SKYSCRAPER – il primo grattacielo in acciaio al mondo” scritto in 2 lingue, italiano ed inglese.

Il fascino di questo edifico catturò anche reporter del calibro di Edward Steichen e Alfred Stieglitz, che lo immortalarono in scatti memorabili (sotto due scatti della loro mostra).

Che dire, il fascino di questo edificio avanguardistico ha sempre il suo perché, e continua a mietere vittime e curiosi tra turisti e passanti. Siete rimasti affascinati anche voi da questo edificio fortunato? Alla prossima…

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Young View: second Chance, second life!

Le opportunità arrivano raramente. Quando piove oro, mettete fuori il secchio, non il cucchiaio. (Warren Buffett)

Ciò in cui l’essere umano eccelle di più nel fare è sbagliare. Tutti nella nostra vita abbiamo commesso un passo falso, per poi rendercene conto troppo tardi, e sarebbe da ipocriti tentare di provare il contrario. Basta una parola di troppo per ferire una persona, un silenzio assordante per distruggerla. Ci si saluta con l’amaro in bocca e con mille cose da dire, ma nessuna sembra adatta a distruggere quel muro di forse, di se e di ma. E se per sbaglio un giorno gli sguardi si incrociano di nuovo, dai lati opposti della stessa stanza, non si può fare a meno di pensare a quando la distanza era sufficiente per due respiri. Sbagliare è inevitabile e le conseguenze si ripercuotono su entrambi. Eppure, nonostante spesso siano la fierezza e la rabbia a prevalere sul resto, ci sono delle situazioni in cui bisognerebbe lasciare da parte l’orgoglio. Dovremmo imparare a riflettere di più su ciò che proviamo, per distinguere tra cosa ha bisogno la nostra mente e cosa vuole, desidera il nostro cuore. L’unico problema è che troppo spesso, l’uno non coincide con l’altro. Bisogna trovare il coraggio di agire anche quando le parole non si trovano e le spiegazioni non bastano, quando si ha paura di esporsi a qualcosa di rischioso. Nonostante sia proprio il timore di mostrare quello che si pensa realmente che ci trattiene, che ci fa perdere le opportunità e che ci fa pentire di aver agito in un determinato modo. Se solo fossimo capaci di perdonarci come i bambini, che con un abbraccio sono in grado di scaldare il cuore del più crudele degli uomini. Diciamoci la verità, dare una seconda chance non è mai una decisione semplice da prendere. Bisogna considerare fin troppe cose prima di dare una sentenza finale, troppe frasi lasciate a metà e troppi pensieri mai espressi. È necessario guardare in faccia la realtà e saper distinguere ciò che fa bene al cuore e ciò che  fa male, anche se a volte è difficile accettarlo, capire quanto valga la pena di porgere l’altra guancia e ricominciare da zero. Spesso tendiamo a sacrificare la nostra felicità per quella degli altri, per l’affetto che proviamo o per l’abitudine, ed in certi casi è necessario mettere l’amor proprio davanti a quello degli altri. Sopravvive sempre quella parte di noi che ci dice di perdonare, di lasciarci alle spalle la delusione e di dare un’altra opportunità a chi ci ha feriti ed è cambiato e perché no, a  volte anche a noi stessi. Ad esempio, quanto spesso ci siamo guardati allo specchio ed abbiamo pensato di voler essere qualcun altro, anche solo per ventiquattro ore? Quanti giorni ci siamo odiati per il nostro carattere, per il nostro modo di fare e di essere? Ecco, anche noi meritiamo di darci una seconda chance, per tutte le volte in cui non abbiamo creduto abbastanza in quello che facciamo e non ci siamo sentiti all’altezza. Diamoci una seconda possibilità perché tutti ci meritiamo di sorridere, di guardare dentro di noi ed essere contenti di chi siamo diventati: non è mai troppo tardi per provarci. Prendiamo come esempio i vecchi edifici abbandonati, pezzi di storia lasciati alla loro rovina dopo decenni di gloria: anche se sono deteriorati dal tempo e rovinati dalla natura, è pur sempre possibile farli tornare allo splendore di un tempo. Nonostante sembri impossibile all’apparenza, c’è sempre tempo per rimediare ad uno sbaglio e per ricominciare da capo, partendo dalle fondamenta e dalle vecchie mura del nostro cuore. A volte, prima di dare una seconda chance agli altri, dovremmo cercare di ricominciare da noi stessi. 

Aurora N.

Cesar Pelli, Maestro dei Record!

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“La mia posizione è stata quella di un architetto moderno, ma senza dubbio, alcune delle idee che stavano sostenendo i postmoderni sono state per me estremamente preziose. Queste idee mi hanno attratto e mi hanno indotto alla sperimentazione” (Cesar Pelli)

Collana: I Maestri dell’Architettura
Cesar Pelli
Hachette

L’architetto Cesar Pelli nasce in Messico a San Miguel de in Argentina nel 1926. Qui sviluppa sin da piccolo l’interesse per le moderne costruzioni che stanno sempre più crescendo nella sua città natia e che ne stanno creando un nuovo volto, interesse che lo porterà a studiare architettura presso l’Universidad Nacional di Tucuman, dove si laurea nel 1949 e conoscerà anche l’amore; infatti, conoscerà quella che diventerà la sua futura moglie, la paesaggista Diana Balmorori, con la quale collaborerà tutta la vita nonostante la separazione dopo vari anni.

Grande idealista, vuole contribuire fin da subito al miglioramento della situazione urbanistica del’Argentina, al punto di accettare la direzione del design delle OFEMPE (organizzazione governativa che si occupa della costruzione di alloggi sociali a Tucuman).

Siamo nel 1952 e in questi anni di sempre più fiorente creatività, richiede ed ottiene una borsa di studio per l’università dell’Illinois, che gli consente il raggiungimento di un master in architettura molto prestigioso.

L’Illinois per Pelli è il trampolino di lancio per una carriera negli attesa al punto che viene preso nell’ombra tu diomedee di Eero Saarinen e qui vi lavora per ben 10 anni, collaborando a progetti di altissimo livello: il terminal TWA dell’aereo porto JFK di New York. Questi progetti gli permettono di ottenere meriti tali da conseguire la cittadinanza degli Stati Uniti nel 1964. Ed è sempre in questo periodo che comincia a sperimentare l’insegnamento, come docente di progettazione nella facoltà di architettura di Tucuman.

La sua carriera si sviluppa poi a Los Angeles, dove diventa direttore del design in un noto studio di Architettura e qui sviluppa la sua passione per il modernismo e postmodernismo. affianca sempre un percorso accademico dedicandosi all’insegnamento presso l’Università della California.

Proprio questi anni gli serviranno per fare il salto di qualità e nel 1977 apre uno studio di architettura indipendente “Cesar Pelli & Associated” a New Heaven e contemporaneamente diventa preside della facoltà di architettura di Yale. Nello studio ci sono anche la moglie e Fred C. Clarke, con i quali progettano opere che hanno come fine ultimo quello di rispettare l’ambiente, non scollegate dal mondo, ma con un inserimento armonico nel contesto e tessuto sociale. Grazie a questo approccio, le loro opere sono state ribattezzate come edifici “umani e cortesi”.

Da quel lontano 1977 ad oggi, il team è arrivato ad avere più di 100 tra architetti e designer (Pelli Clarke Pelli Architects), che proseguono la filosofia di Pelli, che ormai ha raggiunto ogni parte del mondo, dalla Cina , all’Europa, al Giappone… Tutte le opere che sono state progettate da questo incredibile Archistar (parolone con cui vengono identificati oggi i summa dell’architettura) hanno un fil rouge, la soluzione deve essere sostenibile il fine deve essere ili risparmio energetico:

“SE LA CITTà NON HA GUADAGNATO CON L’AGGIUNTA DI UNA NUOVA COSTRUZIONE, DOVREMMO SERIAMENTE RIDISCUTERE LA PROGETTAZIONE DELL’EDIFICIO STESSO, NON IMPORTA QUANTO SIA BELLO E TEORICAMENTE CORRETTO.”

Parole molto importanti e pesanti quelle pronunciate da questo uomo cosi geniale, che fanno capire quanto sia importante il mettersi sempre in discussione e l’ammettere i propri errori…Proprio questa sua passione e questo suo talento gli hanno permesso di essere insignito della medaglia d’oro dall’American Architect Institute e ha ricevuto una serie di lauree honoris causa.

Ma veniamo ai suoi lavori; l’elenco è lunghissimo e non basterebbe un articolo per poterli granulare ad uno ad uno; in fondo, trovate un elenco dettagliato con i collegamenti a wikipedia per poter andare a visitare quelle che desiderate.

Voglio però citare almeno quelle più significative, e probabilmente quelle per cui sarà sicuramente ricordato:

Petronas Twin Tower di Kuala Lampur (Malesia)

Edificio realizzato tra il 1992 ed il 1997, e conosciuto ai più per essere stato teatro di un film che era The Entrapment (film del 1999 con Sean Connery e Catherine Zeta-Jones), sono state l’edificio più alto del mondo dall’inaugurazione al 2004. Questi edifici incarnano a pieno la filosofia dell’architetto e mixano la leggerezza del vetro (32000 finestre in vetro stratificato) con la solidità della pietra e dell’acciaio inossidabile, creando un’architettura funzionale, moderna, elegante e leggera, ma con uno sguardo alla tradizione architettonica locale. Qui sotto trovate una selezione delle foto più belle che ho trovato in IG, che fanno capire i particolari della progettazione di questo Maestro.

Per onor di cronaca l’edificio è stato realizzato in collaborazione con l’architetto Djay Cerico, ma Pelli, che è rimasto fortemente affascinato dalla geometria delle costruzioni islamiche del luogo, ha voluto riportarle nelle sue costruzioni. La base dei due edifici sono due quadrati che formano una stella ad otto punte e che simboleggiano mondo materiale., salendo di piano in piano si uniscono otto semicerchi, che ammorbidiscono gli angoli, e simboleggiano la diffusione della religione islamica. L’insieme di questi due simboli rafforzano il significato di armonia, unità, stabilità e razionalità. Salendo si arriva ai 2 pennoni, sulla punta dei 2 grattacieli, che permettono di raggiungere i 451,9m, e che simboleggiano quelli delle moschee. Per Pelli è fondamentale elaborare un personale linguaggio, che si avvicini il più possibile al postmodernismo e che permette di creare un’opera che sia unica nel suo complesso.

Diamo un po di numeri:

  • altezza edificio 451,9 metri alla punta dei pennoni
  • altezza tetto 378,6 metri
  • 88 piani
  • 80 ascensori
  • 90 secondi per raggiungere la cima da terra con gli ascensori
  • 32000 finestre
  • 171 metri ponte skybridge che collega le 2 torri
  • 864 posti nel teatro della Malaysian Philarmonic Orchestra

Torre Uno è occupata dalla compagnia petrolifera Petronas; inoltre vi sono altre società che occupano questi uffici che ne danno lustro: IBM, Bloomberg, Microsoft.

Torre Unicredit e zona Garibaldi (Milano)

Nel 2003 viene lanciato un concorso per riprogettare e riqualificare l’area urbana del Nord di Milano, zona Garibaldi. parteciperanno in tantissimi nomi dell’architettura e la parte dedicata alle 3 torri di uffici, con complesso commerciale è aggiudicata da Cesar Pelli, il quale sostiene:“L’obiettivo è quello di riconnettere 3 aree cittadine rimaste a lungo divise, a causa del vuoto nel tessuto urbano creatosi negli anni 60 in seguito all’arretramento della stazione ferroviaria”. E così ha fatto!

Tutti gli edifici rimangono così collegati tra loro e con le zone circostanti… Arrivando a fondersi tra di loro ma mantenendo sempre ben chiara la loro funzione e rimanendo sempre circondati da una zona verdesche facesse da filtro! Non voglio entrare di più nel dettaglio per poterlo trattare a tempo debito… Ma qui sotto trovate una carrellata di immagini di piazza Gae Aulenti fatte da me al salone del mobile che vi danno l’idea di quello che è il sito progettato e pensato da questo grande Uomo!

ELENCO OPERE:

Vi lascio con una serie di foto fatte da veri fotografi che sono riusciti ad immortalare la poesia della Milano che sta rinascendo grazie a questo grande Maestro dell’architettura: Grazie CESAR PELLI! Grazie per l’umiltà che ci hai insegnato e per la grande eredità che ci hai lasciato!

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Scozia, una terra da scoprire.

Ricordo ogni pietra, ogni albero, il profumo di erica… Anche quando il tuono ruggì in lontananza, e le raffiche di vento spazzarono la valle, oh, fu bello, casa dolce casa. (B. Potter)

Poche cose sono tanto affascinanti come le strade di Glasgow, una città la cui storia è vissuta direttamente nei vecchi edifici che si stagliano sopra i turisti. Edimburgo è semplicemente capace di togliere il fiato, in special modo se osservata dall’alto della parte antica che governa l’intero paesaggio: la vita moderna dei cittadini si alterna a meravigliosi palazzi dei secoli precedenti ed al verde che si estende a macchia d’olio fino all’orizzonte.

La natura protegge le città tra le sue colline, mentre la luce tiepida dei raggi del sole si riflette sulla superficie calma dei Lochs (parola del dialetto scozzese per indicare i Laghi) e tra le onde irrequiete al largo della costa. Essa ricopre l’intera Scozia tanto da nasconderne i piccoli centri tra i dolci rilievi, rendendo la loro scoperta una vera e propria caccia al tesoro.

Per questi motivi è considerata una meta molto interessante, forse leggermente sottovalutata ma che vale le ore passate in aereo e i lunghi viaggi in pullman da un luogo all’altro. Per conoscerla a fondo bisogna saperla esplorare con pazienza, prestare attenzione ai particolari e soprattutto avere la rara capacità di osservare. Osservare è ben diverso dal guardare, azione statica che si sofferma alla superficie e che si interrompe con un battito di ciglia, ed è fondamentale sviluppare questa abilità se si vuole avere un ricordo indimenticabile di ogni posto visitato. Dopotutto non sono proprio i dettagli a fare l’insieme? Un esempio perfetto sono le zone verdi, che da lontano non sembrano altro che macchie indistinte di colore.

In realtà, anche solo aguzzando la vista, è possibile scorgere radure e boschi che sembrano essere senza tempo, intoccabili. Alcune volte le fronde altissime tentano di celare all’occhio umano i tipici laghi scozzesi, oppure si affacciano su un corso d’acqua come per dare uno sguardo al proprio riflesso.

Un po’ come la natura, anche i capolavori costruiti secoli fa sembrano quasi giocare a nascondino, nonostante scovarli sia una piacevole sorpresa. È infatti impressionante la cura e l’attenzione con la quale gli antichi castelli vengono avidamente conservati, quasi come andare alla scoperta del passato di chi li abitava quotidianamente. Un esempio è il Culzean Castle, costruzione risalente al 16esimo secolo e rinnovata nel 18esimo dall’architetto Robert Adam, fu avidamente posseduta dalla Famiglia Kennedy fino alla prima metà del Novecento, quando fu donata al National Trust (anche se, secondo le leggende, si dice che il castello sia ancora abitato da ben sette fantasmi!).

Come dimenticare il Castello di Edimburgo che, nonostante sia il più visitato della Scozia, nasconde un passato di battaglie tra le possenti mura e la vista mozzafiato sulla città moderna. Città che, ancora una volta, vale la pena di esplorare a fondo per conoscerne la storia. Dopotutto non si può dire di essere stati in un qualsiasi posto senza averlo prima osservato, compreso, sfogliato nelle pagine di un libro o ascoltato nel dialetto dei passanti e nelle canzoni della tradizione, ed ancora assaggiato nei cibi tipici che da secoli danno un volto al luogo in cui ci si trova: che si tratti di Glasgow, di Edimburgo o di qualsiasi altra parte nel mondo, arrivare per scattare qualche foto e comprare dei souvenirs non darà mai la stessa soddisfazione di sentirlo nominare e di avere la consapevolezza di non averlo solamente osservato, ma di averlo vissuto e di averlo fatto un po’ proprio, come se fosse un ricordo indelebile.

Aurora N.

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San Lorenzo, la notte delle stelle cadenti!

Questo è l’ultimo post prima delle vacanze estive. Per molti sono già cominciate, per altri più o meno a breve e per altri ancora non ci saranno proprio (e mi dispiace, uno stacco ci vuole sempre)!

Visto che stasera è la notte delle stelle cadenti, mi avrebbe fatto piacere parlarvi delle stelle nel mondo dell’architettura e dell’arredo… Però è talmente vasto l’argomento che mi sono persa nella ricerca! E allora ho deciso semplicemente di salutarvi con delle citazioni di ArchiSTAR, cioè di Architetti Stellati o stellari, e di augurarvi una buona estate (anche se quella è già cominciata da un po…) e a presto; sto già preparando un sacco di articoli interessantissimi e spero di ritrovarvi ancora numerosi e di più a inizio settembre!

E concludo con una frase di uno dei miei libri preferiti, che riguarda le stelle… Per una persona speciale che è una tra quelle stelle!

Buone vacanze e a presto…

20 LUGLIO 1969 – MOON LANDING

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“That’s one small step for a man, one giant leap for mankind” Neil Armstrong

Cinquanta anni fa avveniva l’allunaggio, tre pazzi in orbita intorno alla luna di cui due decidono di mettere piede sulla luna… E Neil Armstrong che pronuncia la fatidica frase “Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”.

Su queste riflessioni potremmo passare ore a parlare della follia e dei sogni dell’uomo, delle mete raggiunte dall’umanità, della tecnologia che abbiamo raggiunto in questi 50 anni… Ma, ho deciso che a me piacerebbe oggi parlare della luna nell’arredamento! Un tema molto più “terra, terra”… Un mio piccolo tributo al nostro grande satellite, che ha ispirato artisti, scrittori, pittori e anche designer!

Partiamo dalle LAMPADE, ovviamente ne citerò solo alcune, perché sono davvero tanti quelli che hanno tratto ispirazione da questo tema! Partiamo da un classico ARCHIMOON della Flos disegnata da quel pazzo visionario di P. Starck (e il nome è tutto un programma…) nel 1998, creata e declinata per qualsiasi tipo di utilizzo, da terra, da parete, da tavolo…

Poi ci sono le lampade Schu Moon di Catellani e Smith: iconiche, geniali, materiche, che danno l’impressione di portarla in casa, per la realistici del materiale e la poesia del colore. Anche qui parliamo di artisti che fanno della propria arte una professione con conoscenze di tecniche che permettono l’illusione.

Poi esiste una versione da appoggio, come il vecchio mappamondo! Si chiama LUNA ed ha il fascino romantico di avere un piccolo satellite che ti orbita intorno… Sta in una mano!

Persino i punti luce si sono ispirati a questo tema e ne hanno fatto una versione più ironica e dissacrante, come AD srl Roma (@ademozioni), scoperti grazie alla mia amica Alessandra di @_alexs_dream_.

Cambiamo argomento e passiamo ai PIATTI, che in realtà avevo già citato… Come non si può non rimanere incantati dalla creazione di Seletti in collaborazione con Diesel living, che hanno reato tutta una linea ispirata ai pianeti e vi hanno incluso anche il nostro satellite!

E giusto per non farsi mancare nulla Seletti si è inventata pure l’astronauta di porcellana per festeggiare l’allunaggio!

Poi ci sono i TAPPETI…che passano dalla riproduzione vera e propria della luna, fino dal visione ironica e fumettistica per bimbi!

E poi ci sono le piastrelle disegnate da Fornasetti e prodotte da Ceramica Bardelli (@ceramicabardelli) della serie Soleluna, che sono una meravigliosa visione d’altri tempi…Piene di fascino e poesia!

Come pure la carta da parati che negli ultimi anni è tornata prepotentemente di moda, ne ha fatto versioni di ogni tipo…

E la lista sarebbe lunghissima ancora, ma lascio a voi scoprire dove troviamo ancora la PALLIDA LUNA, disegnata, immaginata, ispirata e ispirante in un oggetto, o in un mobile o in una carta da parati, o in un quadro… O persino sulle bustine del thé (@lareggiadelte)!

Per gli amanti della fotografia, lascio qui a seguire alcuni scatti da mille e una notte… Giudicate voi! Grazie per la dritta di @annestoppable_amante della fotografia!

E grazie anche e soprattutto a Mr McCarthy (@cosmic_background) che ha scattato queste immagini incredibili!

E se stasera vi capita di alzare il naso e puntare alla luna, ricordatevi che 50 anni fa due persone ci hanno lasciato le impronte, la bandiera e i sogni di un’umanità intera!

Grattacieli, le origini – Parte 2

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“Che cosa ama di questo grattacielo?” le ha chiesto Mr Black. Lei ha risposto: “Se sapessi rispondere non sarebbe vero amore, giusto?“ (Jonathan Safran Foer, libro “Molto forte, incredibilmente vicino”)

La convinzione che abbiamo tutti è che oltre Chicago, che è stata la città prototipo, l’artefice della creazione dei grattacieli, e New York, che ne ha sviluppato il tema declinandolo in tutte le salse, esistano solo gli Emirati Arabi come alternativa; in realtà questo è un errore comune… Molte città hanno provato ad affrontare l’idea delle costruzioni verticali e non sono solo città americane.

Sempre nel periodo che si sviluppa fino alla seconda guerra mondiale, ci sono almeno altre 2 città americane che partono con questo tipo di costruzioni: Los Angeles e San Francisco.

LOS ANGELES

A Los Angeles stiamo parlando del Los Angeles City Hall, il municipio della città! parliamo sempre di un edificio costruito in Art Dèco (come praticamente tutti quelli dell’epoca descritti sino ad ora) a cura degli architetti J. Parkinson, J. Austin e A. Martin e dell’ing. N. Youssef, terminato nel 1926 e inaugurato nel 1928, di 32 piani alto 138 m, la cui proprietà è il comune di Los Angeles: primo edificio pubblico fino ad ora citato…

La cosa interessante è che è il più alto edificio al mondo ad oggi dotato di isolatori sismici; dobbiamo considerare che ritrova in una zona fortemente sismica, ma dobbiamo tornare indietro di 100 anni per pensare di realizzare un edificio sismico!

All’interno di questa magnifica struttura, dove la parte superiore è stata ispirata dal Mausoleo di Alicarnasso (una delle 7 meraviglie del mondo antico, per capirci), al 27° piano si trova un bellissimo osservatorio aperto al pubblico, con ingresso gratuito; il resto dell’edificio è ad appannaggio della pubblica amministrazione.

Altra particolarità è che la sabbia utilizzata per creare il cemento arriva da tutte le contee della California.

SAN FRANCISCO

Riguardo San Francisco ci sono due edifici degni di merito in questo periodo e sono il 140, New Montgomery Building (conosciuto anche come Pacific Telephone Building o PacBell Building) e il Russ Building: entrambi gli edifici sono alti 132,5 m, entrambi sono gli edifici più alti costruiti negli anni 20 e i più alti della città fino al 1965.

Il Russ Building è un edificio neo-gotico (stiamo parlando sempre di art dèco) del 1927, consta di 32 piani ed era il primo edificio della città ad avere un parcheggio coperto. Molti hanno fatto dichiarazioni di ammirazione nei confronti di questo edificio, a partire dai progettisti a critici successivi. tra le più significative segnaliamo quella di john King, critico di architettura del San francisco Chronicle, che lo ha definito come:”l’incarnazione del romanticismo dell’età del jazz, un blocco completo di muratura ornata di gusto gotico che sale in frastagliati palchi da Montgomery Street con un salto e poi una corsa verso una corona centrale.

Il PacBell Building è stato progettato da James Rupert Miller e Timothy L. Pflueger ed inaugurato nel 1925 e completamente abbandonato nel 2005 e nel 2006 acquistato per una cifra di 118 milioni di $; recentemente, nel 2016, è stato nuovamente acquistato per una cifra di 284 milioni di $ (impronunciabile per me!). Mentre il costo di costruzione dell’epoca fu di 4,5 milioni di $. Anche qui stiamo parlando di un edificio neogotico di 26 piani, gemello in altezza del precedente, ma che in questo caso ha visto un proseguo meno fortunato. Fu il primo grattacielo di San Francisco ed il primo ad essere occupato da un solo inquilino.

Una particolarità è che nel 1929, Sir Winston Churchill visitò l’edificio e fece la sua prima telefonata transatlantica, telefonando alla sua casa di Londra.

Altra particolarità è che fino al 1978, la parte superiore del tetto è stata utilizzata per trasmettere avvisi ufficiali di tempesta ai marinai in direzione del Servizio meteorologico nazionale degli Stati Uniti, sotto forma di una bandiera rossa triangolare di 7,6 metri di giorno, e una luce rossa di notte.

Se uno pensa a questo bellissimo edificio e vede la situazione oggi, piange il cuore!

EUROPA

… E poi arriviamo a casa nostra! Pensate che il vecchio continente sia arrivato in ritardo in questa corsa alla verticalità? Ebbene si, anche se verso gli anni 40 iniziamo ad avere le prime avvisaglie di questa nuova influenza e si scoprono i primi tentativi. A giustificazione di questo ritardo, diciamo che l’Europa, in questo periodo, aveva ben altro a cui pensare che a velleità costruttive di qualsiasi genere…

E chi c’è in prima posizione come Grattacielo più alto d’Europa? Un grattacielo italiano, si avete capito bene! Stiamo parlando di Torre Piacentini a Genova, grattacielo che arriva ad essere alto 108 metri ed è stato il primo grattacielo a superare i 100 metri in Europa, il più alto d’Europa dal 1940 al 1952 ed il più alto d’Italia fino al 1954.

@liguria_pictures

Partendo dai cenni storici, come doveroso, questo grattacielo fu disegnato dall’architetto Marcello Piacentini (figura controversa nella storia dell’Architettura a causa del forte legame che aveva con il regime fascista) e dall’ingegner Angelo Invernizzi. Ci sono voluti 5 anni per costruirlo e l’arch. piacentini si è ispirato al Torrione INA di Brescia da lui realizzato nel 1932, ma alto solo 57 m o poco più.

Dagli anni immediatamente successivi alla sua costruzione è stata comunque rinominata dagli abitanti non col nome, spesso dimenticato, dell’ideatore, ma come: Grattacielo (è stato il primo grattacielo italiano, nel senso di struttura superiore ai 100 m) Grattacielo di piazza Dante (per l’ubicazione) Torre dell’orologio (posizionato a livello degli ultimi piani) Terrazza Capurro, Martini o Colombo, a seconda delle epoche per i locali siti sulla terrazza sommitale Torre sud, per distinguerla dall’edificio nord, sulla stessa piazza, di altezza inferiore.

La struttura originaria è di 108 metri, ma con le parti che sono state apposte successivamente arriviamo a 120 m ed a 132m sopra il livello del mare. A differenza degli edifici americani, qui si parla di una struttura in cemento armato dallo stile razionalista.

Al”ultimo piano troviamo la terrazza Martini, che prima era chiamata Capurro ed oggi è stata ribattezzata Colombo e sede di Primocanale.

Si trova nel pieno centro di Genova, a breve distanza dal porto antico, dal centro storico e da Via XX Settembre, il cuore pulsante della città e guarda sul porto di Genova.

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Buon Viaggio Maestro!

L’artista è colui che ha una costante percezione alterata della realtà.

Un saluto speciale ad un grande artista, maestro d’armi, d’arte e di vita… Un uomo che nella sua vita ha costruito tanto, lottato altrettanto e ci ha mostrato passioni, fragilità, sofferenze e capacità. Un siciliano DOC… Innamorato della sua terra e consapevole dei suoi pregi e difetti! Innamorato della cultura e consapevole delle sue possibilità, delle sue opportunità e dei suoi limiti! Grazie Maestro, per tutto quello che ci hai dato e lasciato… Ti auguro di rimanere indimenticato, come merita un artista come te!

“Scrivo perché non so fare altro. Scrivo perché dopo posso dedicare i libri ai miei nipoti. Scrivo perché così mi ricordo di tutte le persone che ho amato. Scrivo perché mi piace raccontarmi storie. Scrivo perché mi piace raccontare storie. Scrivo perché alla fine posso prendermi la mia birra. Scrivo per restituire qualcosa di tutto quello che ho letto.”
Andrea Camilleri (1925 Porto Empedocle – 2019 Borgo)

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La vita è un viaggio

Questo è l’articolo con cui abbiamo scoperto questa piccola Jo March dei tempi d’oggi, la nostra giovane Young Viewer, a cui abbiamo deciso di dedicare un po di spazio su questo blog… Anche la scrittura è una forma d’arte, quindi è il posto giusto! Buona lettura…

Quando pensiamo alla parola viaggio, la nostra mente si riferisce istintivamente ad un tragitto che possieda un punto di inizio e una fine, una distanza percorribile e una meta tanto ambita, quella che ci fa sussultare ogni volta che la vediamo scritta in un libro o in una rivista. Da piccoli era il primo posto da visitare nelle “cose da fare da grande” e da quel momento è rimasto il sogno che ci portiamo appresso da sempre. Quanto vorremmo respirare quell’aria nuova, mentre rimaniamo incantati dalla magia delle metropoli o dal fascino senza tempo dei borghi medievali.

Alcuni non vedono l’ora di prendere un aereo e partire per una destinazione lontana da tutto e da tutti, dove i problemi quotidiani vengono portati via dalla brezza marina e dalle acque limpide delle isole senza tempo. Altri invece sognano la grande città, mutevole e dinamica nel suo connubio di culture e tradizioni differenti, per scoprire ogni volta un nuovo pezzo di mondo girando l’angolo. Sin da piccola sono stata una grande osservatrice e queste persone sono sicuramente le mie preferite perché, in fondo, ne faccio parte. Amano vivere il caos delle ore di punta, quando tutti corrono verso la propria meta, mentre loro si trovano già dove hanno sempre desiderato essere. Le riconosco subito dal loro sguardo sognatore e speranzoso ma anche timoroso, che possiede solo chi si trova in un posto ancora inesplorato. In fondo ognuno di noi ha vissuto una realtà inizialmente sconosciuta, come la scuola nei primi giorni, il quartiere quando ci si è appena trasferiti o le strade straniere nel primo viaggio all’estero.

Si è immersi in una realtà completamente nuova, ma ci si sente davvero come pesci fuor d’acqua. Con il tempo lo stupore delle vie affollate e colme di gente va affievolendosi e anche il più entusiasta dei turisti diventa parte della folla. Ed è proprio lì che si capisce che, se non teniamo il passo, non saremo noi ad ammazzare il tempo, ma il tempo stesso ad ammazzarci. Eppure arriva un momento in cui sentiamo il bisogno di partire, quell’istinto primordiale che ha scosso i nostri antenati e che è arrivato fino a noi, fino ad oggi. Non vi è mai capitato di trovarvi in riva al mare e di osservare la sottile linea che separa l’oceano e l’atmosfera? In quel momento il cielo sembra sporgere le sue possenti braccia verso le acque, in un misterioso abbraccio. L’aria si confonde sulla superficie miracolosamente calma che riflette la miriade di sfumature dipinte dal sole, nascosto dietro alle nuvole e prossimo alla sua uscita di scena. Tutto sembra trovarsi al proprio posto, in perfetto orario sulla tabella di marcia.

Tutto combacia, ma mentre ammiriamo la perfezione disegnata dalla natura sentiamo di aver bisogno di qualcosa di più. A volte non basta sapere che molti chilometri più avanti ci si imbatterà sicuramente in qualche terra: abbiamo bisogno di scoprire cosa ci aspetta ai margini dell’orizzonte, di vederlo con i nostri occhi e di viverlo nei nostri battiti. È la stessa vocazione che ha spinto Colombo verso le Americhe, lo stesso slancio che ha portato Marco Polo in Asia e Neil Armstrong sulla Luna. Arriva all’improvviso, in una notte senza stelle o in una mattina sconfitta dalla monotonia dell’abitudine e ci guida verso un orizzonte del quale spesso nemmeno noi siamo a conoscenza. È solo un germoglio, un seme appena piantato, ma che con il tempo sentiamo crescerci dentro sempre più grande, ogni giorno che passa. Non importa quanto cerchiamo di rinchiuderlo nel cassetto dei sogni mai realizzati, ha l’urgenza che possiedono solo le cose grandi della vita. È uno stimolo capace di farci prendere treni e perdere aerei, di stravolgerci i piani e gli orari, di catapultarci nel sogno di sempre.

Quindi ci troviamo ad osservare il paesaggio abituale che svanisce dal finestrino, che ritrae vette innevate, pianure desolate o cittadelle dimenticate e iniziamo a sentirci artefici del nostro futuro. Avremo il controllo sui nostri passi, assaporeremo la libertà che ci sarà concessa non appena varcheremo la soglia che separa l’oggi dal domani. Il giorno che verrà non fa altro che attenderci, noi e lo stimolo che ci ha spinti a partire, mentre custodisce paziente il segreto del nostro destino. Infatti, anche se crediamo di non saperlo, c’è un motivo ben preciso dietro alla nostra voglia di viaggiare. Forse è proprio perché l’uomo ha sempre migrato verso una vita migliore, un posto più adatto ad un’esistenza pacifica e capace di soddisfare i bisogni primordiali. Lo dicono le statistiche, i libri di scuola, ma anche le rughe sul viso di chi parte senza certezze, che attraversa deserti e oceani, mentre il terrore di essere inghiottiti dalla stessa terra che li ha generati persiste, minacciosa nei loro cuori.

Alcuni lo fanno per disperazione, altri invece per fama e prosperità, lavoro: per questi l’aspirazione ad un’esistenza significativa, ad una vita degna della sua importanza li guida attraverso ogni porto, ogni strada e ogni vicolo. Vogliono il podio e scalerebbero qualsiasi vetta pur di conquistarne il primo posto. Nei loro sogni echeggiano applausi scroscianti di interminabili platee, grida entusiaste e incitamenti impossibili da decifrare tra i posti stretti delle tribune. Piovono già nominations e medaglie dal loro cielo senza nuvole, tipico degli inguaribili ottimisti. Al contrario c’è anche chi non spera più da anni e che sta invece scappando, fuggendo da una realtà ormai fin troppo rovinata. Sono gli uomini dallo sguardo perso e le donne dagli occhi spenti, bambini adulti cresciuti un po’ troppo presto, un po’ troppo all’improvviso, costretti a vivere una realtà ben lontana dalle favole della buonanotte. Stanno cercando di ricordare quando hanno perso la loro destinazione e da quanto tempo non vagano più alla ricerca di una realtà meno deludente di quella che avevano smarrito.

Neanche l’orologio si beve la menzogna delle false promesse che, anni prima, alimentava il fuoco della loro speranza. Chissà se c’è qualcuno, là fuori, che si chiede in quale brutta strada si siano imbattuti, ma ormai sono stanchi di rincorrere un desiderio irrealizzabile. Eppure c’è ancora chi corre verso la propria meta, nonostante non sappiano perfettamente dire cosa li aspetti alla fine del viaggio. Si lanciano nel mistero, vogliono scoprire l’incognita nell’equazione della loro vita. Spesso partono per l’amore, l’ingrediente fondamentale per la ricetta esistenziale, la dolcezza dei nostri giorni. È l’amore per un’ideale, per una passione, per una persona. Quanti chilometri sarebbero disposti a percorrere, tra gelo e calore infernali, per un solo minuto insieme alla propria metà, al senso dell’attesa? Quanti passi dovranno sopportare le loro scarpe, prima che trovino la strada che accolga il loro talento innato, la voglia di esprimere la loro idea senza sgambetti o divieti d’accesso? L’amore cammina a braccetto con il dolore, la fatica e il sacrificio, i quali intrecciando il loro sentiero rendono completo il percorso di ogni viaggiatore.

Infatti a volte dobbiamo rivalutare la strada sulla quale ci troviamo, dubitare di ogni passo fatto in una direzione prima di capire se la rotta che stiamo seguendo sia davvero quella giusta. Bisogna avere il coraggio di guardarsi dentro e di non ignorare la nostra bussola interiore, il cui ago punta sempre verso il vero sentiero a noi destinato. È in quel momento che capiamo se valga la pena di continuare a correre verso chissà quale meta, e se pur di arrivarci saremmo disposti a superare gli ostacoli che ci vengono posti di fronte: se siamo sulla strada giusta, avremo la forza di rialzarci e di continuare. E sarà inutile ripercorrere i nostri passi per la destinazione verso la quale eravamo diretti, che sia stata una situazione, un’idea sbagliata o una persona che ha deciso di uscire dalla nostra vita: se alla fine di un viaggio saremo destinati a incontrare di nuovo qualcuno che è partito per la direzione opposta alla nostra, succederà. Perché in fondo siamo tutti viaggiatori fino al nostro ultimo respiro (e, chissà, forse lo saremo anche oltre); il viaggio più grande che mai affronteremo è la vita stessa, di cui non conosciamo ancora la destinazione.

Basta pensare all’origine dell’universo, gli atomi che un giorno avrebbero costituito la nostra materia a scontrarsi e a dirottarsi in diverse direzioni, fino alla nascita della vita stessa: una competizione primordiale, questione di vita o di morte, il cui premio è poter prendere parte all’umanità. Si inizia ad esistere e ogni giorno miliardi di pensieri iniziano la loro irrefrenabile corsa nel nostro cervello, impulsi e stimoli raggiungono rapidamente le cellule del nostro corpo e si trasformano in azioni vere e proprie. Cresciamo e ci addentriamo in nuove passioni, che siano lo sport, la musica, la lettura. Molti amano perdersi tra spartiti e note musicali, altri si immergono completamente nelle storie di chi fu, chi è e chi sarà: passeggiano a fianco a Dante nella Selva Oscura e si perdono tra i gironi infernali, navigano verso terre sconosciute con Gulliver e Swift, dicono addio ai monti insieme a Lucia e Alessandro Manzoni, precipitano nel mondo paradossale di Alice e le Meraviglie di Lewis Carrol, esplorano le profondità della Terra grazie a Jules Verne, affiancano il Piccolo Principe e Antoine de Saint-Exupéry alla scoperta degli abitanti degli asteroidi e tornano in patria insieme ad Ulisse e Omero.

Non sono anch’essi viaggi, i cui compagni di avventure sono protagonisti e autori? Inoltre, con l’avvento di Internet e la diffusione della tecnologia a livello pressoché globale, abbiamo ancor più possibilità di esplorare infinità di universi a portata di clic, aprendo milioni di strade e opportunità davanti ai nostri schermi. Quindi ci facciamo strada nella rete, così geniale e intuitiva, anche restando fermi di fronte ad un pc. Poi cresciamo e impariamo a conoscere i nostri compagni di viaggio, testimoni del nostro cammino. C’è chi è solo di passaggio, che ne sia consapevole o meno, una comparsa dalle buone o cattive intenzioni che è destinata ad uscire di scena. Non importa quanto vorremmo seguirle nella loro folle spedizione o quanto disperatamente le rincorreremo, perché non è al loro traguardo che siamo destinati ad arrivare. C’è chi arriva esclusivamente per intralciare la nostra strada e vederci cadere rovinosamente, chi vede il proprio successo nel fallimento altrui perché sopraffatto dall’insicurezza, dalla paura di intraprendere un cammino.

Infine, ci sono le persone che restano. Imprescindibilmente dal passato che ci portiamo alle spalle, dagli errori e dalle decisioni sbagliate, rimangono la costante dei nostri giorni. Non importa se si trovano dalla parte opposta del mondo, se non sentiamo la loro voce da mesi o se addirittura non parlano la nostra stessa lingua: il nostro percorso sarà sempre impercettibilmente legato al loro. E se un giorno dovessimo dimenticarci il motivo per cui siamo partiti, ci prenderebbero per mano e ci condurrebbero alle porte del nostro destino. E quindi eccoci per la prima volta di fronte al mondo insieme a miliardi di persone con diverse culture, etnie, religioni e usanze, pur accomunati dallo stesso filo fatto di voglia di conoscere. Adesso possiamo raggiungere l’oceano di possibilità che ci hanno attesi per secoli e finalmente decidere: se rimanere ad osservarle, lasciarci trasportare dalla corrente oppure cavalcarne le onde. La vita è la maratona più grandiosa alla quale siamo stati chiamati a partecipare, spetta a noi decidere se farne una clamorosa vittoria oppure un’imperdonabile sconfitta.

È il libro della nostra anima e ciascuno degli abitanti di questo pianeta ha il diritto di sentirsi protagonista di esso. Quindi che cosa non ci permette di partire per quell’avventura, di cimentarci in un hobby oppure di stravolgerci la vita, quel dono straordinario ricevuto senza preavviso? Forse abbiamo proprio paura di inciampare, di cadere rovinosamente, di uscire dalla tranquillità della nostra bolla sicura e di essere inghiottiti dalle mille responsabilità che questo spaventoso viaggio richiede. il terrore di perderci nel labirinto dell’esistenza è più forte della curiosità di scoprirne i meandri, e ci manca il coraggio di affrontare ciò che più ci spaventa. E non abbiamo tutti i torti, là fuori è pieno di imponenti alture dalle vette taglienti, terribili foreste infestate da creature letali e fredde città abitate da persone con l’inferno nel cuore. Ma se continueremo a guardare i monti dalla finestra e sbattere la porta davanti al resto del mondo per guardarlo solo attraverso le tragedie del telegiornale, saremo stati spettatori passivi dello spettacolo più grande mai inscenato. Noi siamo fatti per viaggiare e conoscere, esplorare, di conseguenza per vivere. In ognuno di noi si nasconde un potenzialeinimmaginabile, ma solo se avremo il coraggio di fare i primi passi verso ciò a cui siamo destinati potremo scalare qualsiasi vetta, affrontare qualsiasi problema, diventare chi vogliamo essere davvero. Io sono ancora giovane e il destino busserà alla mia porta tra qualche anno, ma ho passato parte della mia vita in aeroporti e in lunghissime code in autostrade sparsi per il mondo sin da quando ne ho memoria. Non c’è stato viaggio in cui non ci sia stato qualche intoppo, che si trattasse di un ritardo di qualche ora o di un guasto alla macchina nel bel mezzo del deserto. Mi sono trovata tra tempeste di neve e di sabbia, ho dormito in stanze d’hotel degne di una scena del crimine e mi sono persa in una città sconosciuta. Ho perso treni, autobus, aerei. Per far valere la mia opinione mi sono dovuta scontrare con parecchie persone, a volte in lingue diverse. Sono partita per un viaggio studio senza conoscere nessuno, diretta a 5000 chilometri da casa, sentendomi smarrita ma soprattutto sola e giurando che mai più nella mia vita avrei intrapreso un viaggio del genere. Eppure, ripensando a tutte le cose che sono andate storte e che mi hanno rovinato i programmi, non tornerei indietro e non cambierei il passato nemmeno di una virgola. È stato grazie alle interminabili ore passate nel traffico che ho scoperto la scrittura, quasi come un passatempo per sopportare il freddo invernale o i tormentoni estivi. Se non avessi deciso di continuare l’esperienza dei viaggi studio all’estero, non avrei esplorato luoghi e conosciuto persone che, malgrado le avversità, hanno lasciato un indelebile segno nel mio cuore. Agli intoppi attribuisco sempre un merito, perché in fondo è anche grazie ad essi se oggi sono la persona che sono. Nonostante siano i primi di una lunga serie, nonostante troverò problemi ben più grandi da affrontare, nonostante alcuni abbiano lasciato delle cicatrici. Perché con ogni errore che ho commesso, ogni ostacolo sul quale sono inciampata, posso dire con fierezza di aver messo tutta me stessa, tutta la mia convinzione e la mia determinazione nell’arrivare al traguardo. E se un giorno vivere non significherà più buttarsi rischiando di cadere, allora sarò sulla strada sbagliata. L’unica direzione verso la quale ci stiamo tutti dirigendo è il futuro. Non esiste un metodo per fermare il tempo nella sua irrefrenabile corsa verso il domani, perciò possiamo scegliere se rimanere fermi, bloccati in un passato che non ci piace oppure partire proprio oggi per il traguardo che ci attende. Ci sono troppe città che non abbiamo ancora visitato, cieli in cui non abbiamo ancora volato e mondi che non abbiamo ancora esplorato. Non ci resta che allacciare le cinture e prepararci al decollo, senza temere le vertigini: dopotutto siamo nati con un paio di piedi per viaggiare, ma anche con un cuore per volare.

Aurora N.

Second Chance, second life!

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Un pompelmo è un limone che ha avuto un’opportunità, e ne ha approfittato (Oscar Wilde)

Capita a volte di pensare che nella vita si facciano scelte sbagliate e ci ritroviamo a dover aggiustare il tiro. Si crea così un ventaglio di nuove opportunità inaspettate che a volte danno nuove dimensioni alla nostra vita, creando nuovi punti di vista. Dalla possibilà di avere una nuova chance arriva una seconda vita, a volte con nuove connotazioni, con una nuova natura.

Anche gli oggetti spesso hanno questa possibiltà… Basti pensare ai mastri artigiani che danno nuova vita a mobili che sembrano ormai sul viale del tramonto, piuttosto che ditte che prendono vecchi oggetti e creano novità dando loro anche connotazioni diverse, una funzione diversa, una natura diversa ma altrettanto interessante. E anche noi stessi lo facciamo inconsciamente nei nostri gesti quotidiani; ad esempio, quando usiamo un giornale che dovremmo buttare per pulire i vetri, o per avvolgere le caldarroste, o per imballare qualcosa, o semplicemente per fare colorare i nostri figli…

In questi cambi di vita e cambi di opportunità mi voglio soffermare su un oggetto in particolare, che ci accompagna tutti i giorni. Questo oggetto è il PIATTO, sì proprio lui!

Probabilmente vi starete chiedendo come può un oggetto, che già vive di una vita propria ed ha una sua ben specifica funzione, ad avere possibilità di una seconda vita: semplice, basta non pensarlo come un semplice piatto per mangiare! Bisogna escludere la sua funzione… usare la fantasia e trovargli un’altra connotazione!

Ci sono artisti che hanno scelto quest’oggetto per farne un’opera d’arte, come Piero Fornasetti. Nella linea “tema e variazioni”, questo eclettico artista ha creato e dipinto e riproposto i piatti in tante di quelle versioni che non si contano nemmeno più le varianti che ha proposto (si superano le 400)! Ma nonostante ciò ogni versione é unica e originale e ironica al tempo stesso… Il fil rouge di tutte le sue creazioni era miss Lina Cavalieri, cantante lirica vissuta a cavallo degli inizi del ‘900, definita “la donna più bella del mondo” per l’epoca, oggi diremmo un’icona di bellezza. Dove troviamo la seconda vita in questi piatti? La second life di questi ora è quella di essere opere d’arte da ammirare ed esporre in ogni casa, in modo da essere guardati e apprezzati in modo diverso; diventano quadri, installazioni. Fornasetti disse:”L’artista deve mettere ordine nelle cose per creare un altro mondo, una seconda natura, oltre che come studio continuo delle cose, della loro essenza.”

Poi esistono piatti creati tra genio e follia… Seletti ne ha voluto fare una rivisitazione pazzesca, ma, mantenendone la funzione! Con il piatto si mangia, ma perché usarne solo uno; e se il servizio risulta spaiato? Eccone la libera interpretazione di Seletti…

E poi esistono i famosi “piatti della nonna” ma rivisitati, come li vede quella gran fantasista, ironica e visionaria di Federica di @Sabotage_900, che li ha completamente svecchiati rendendoli più rock, più moderni, più leggeri visivamente ma sempre con un tocco di ironia (che io trovo fantastici, specialmente in un contesto molto moderno, per alleggerirlo e renderlo un po più ironico!).

Poi ci sono quelli di impronta più nordica e caricaturista di Donna Wilson (@donnawilsonltd e @donnerstagsontag), che hanno una doppia funzione; lo scenario è completamente diverso, il mood che la contraddistingue è fatto da “un luogo in cui schemi e colori si scontrano e l’immaginazione è libera di scatenarsi”. Nominata “Designer dell’anno” dal British Design Award di Elle Decoration, è una donna che ha fatto della sua passione e del suo amore per la natura e per i colori, la sua professione.

E poi ancora ci sono realtà, come quella di Hiro, che li crea per altri, cioè fa l’artigiano del design per edizioni limitate; una realtà che si sta evolvendo, e crea oggetti unici in lotti limitati rigorosamente made in Italy. In questa realtà è nato Hills, dalla mente di Mikiya Kobayashi, che lo ha disegnato, e dal braccio di Hiro, che lo ha generato, se così si può dire.

Io, per ora, ho lavorato su una piccola parte di casa mia con questi oggetti… Sotto trovate il risultato, ma le possibilità sono infinite e sempre diverse e incredibili.

A volte non ci rendiamo conto che, anche se un oggetto nasce con una funzione, perché nella mente di chi lo ha generato ha trovato quella specifica necessità, la libera interpretazione, la fantasia e un pizzico di buongusto, a volte, creano vie ancora inesplorate nella natura delle cose.

E voi, qual’è l’oggetto di cui avete trovato una seconda natura? o magari lo avete per le mani proprio ora e non vi siete mai accorti… Alla prossima puntata con un nuovo oggetto!